34°05’6N 012°25’2E (La tratta in mare)

(estratto da “Castel Volturno reportage sulla mafia africana”, Einaudi, 2013)

 

34°05’6N 012°25’2E 

Vir ‘o mare quant’è bello  (Giambattista De Curtis)

La tratta in mare. Rif.1° sbarco del 04.08.2011 di 367 immigrati + 1 cadavere. L’intestazione della squadra mobile della questura di Agrigento è secca, precisa. Non è un linguaggio burocratico, ma la realtà dei fatti. Quando approda una barca si fa il conto dei vivi e dei morti. Ma lo sbarco del quattro agosto ha molti più morti di quanti ne vengano scaricati. Perché tracciare tutto il viaggio di questa barca? Non è certo il Titanic, di cui si festeggiano anche i cento anni del viaggio inaugurale senza che nessuno si chieda il perché. Ci si commuove alla vista della terza classe, i viaggiatori poveri del Titanic, ma voltiamo lo sguardo altrove per le imbarcazioni cariche di migranti. Nessun festeggiamento, nessuna collisione da commemorare. Il canale di Sicilia è un cimitero d’acqua e di relitti. L’acqua sciacqua la coscienza, e copre lo sguardo. Lo sbarco del quattro agosto del 2011 non porta soltanto migranti e un cadavere, ma sacrifici umani. Un racconto banalmente crudele che, la procura di Agrigento ricompone e ricostruisce pazientemente con l’ausilio delle questure di Cosenza, Enna, Taranto, Avellino, Napoli. L’elicottero Nemo della Capitaneria di Porto avvista il barcone carico di migranti a 88 miglia a sud delle coste di Lampedusa. Sono le 14.40, il barcone è alla deriva da giorni. Poche ore dopo la partenza il motore è morto e ha lasciato il timone alle correnti del mare. Sette ore dopo l’avvistamento da parte dell’elicottero Nemo, quattro motovedette attraccano al molo Favarolo, e comincia il racconto di una traversata ancora più disperata di tante simili. La partenza è avvenuta sei giorni prima, il 30 luglio, alle prime luci del mattino di sabato. L’appuntamento per tutti è al porto di Janzour, quartiere ad ovest di Tripoli, mentre imperversa la guerra contro Gheddafi. Dopo solo dodici ore il motore è in avaria, le restanti ore saranno una lotta per la sopravvivenza. No, nella lotta c’è un certo grado di possibilità di sopravvivenza, non altrettanto quando qualcuno decide di scarificare la tua vita agli dei affinché venga scacciata la malasorte. E sei solo a difenderti, contro rituali millenari. Fatiha El Kacime ha 30 anni, è una sedicente marocchina, nata a Casablanca. Sedicente la nazionalità, forse anche il nome, il cognome, l’età. Le carte riportano più e più volte la parola “sedicente”. Quando non hai un pezzo di carta, come puoi affermare la tua esistenza, la tua identità? La non conoscenza, prima della non comprensione, comincia dall’assenza di pezzi di carta a cui in Italia siamo profondamente legati e affidiamo molte delle verità accertate con cui viviamo giorno dopo giorno. E quando sei su un molo, su un’isola nel bel mezzo del mare, perché non reinventarsi la vita, il nome, il cognome, l’età, confondere la propria cittadinanza? Perché anche se affermi la verità, sarà sempre una verità personale, la tua sedicente verità e non assoluta, certa comprovata e timbrata. Dalla porta d’ingresso, prima di entrare, si alimenta la confusione con poche speranze di comprendesi dopo. Dimmi un nome ti chiamerò come con quello. Chi indaga è legato alle regole, alla grammatica della legge, tra nomi con troppe consonanti e pronuncia complessa, si deve comunque cercare una verità che non sia sedicente.

Fatiha è sottoposta ad indagini per il reato art. 10bis D.Lvo 286/98 e successive modifiche, ovvero “aver fatto ingresso clandestinamente in Italia in violazione delle norme vigenti”. Non solo Fatiha è indagata, ma anche tutti i 367 sbarcati con lei sono indagati per il reato di “immigrazione clandestina”. Viene interrogata dalla Digos di Taranto. Era sul barcone, ha visto, stava per morire, ma è solo una parrucchiera: “Nel 2009 stavo in Marocco, quando una mia amica di nome Fatima mi ha invitato ad andare da lei in Libia, a Tripoli, a lavorare come parrucchiera, aveva un negozio e gli serviva aiuto. Mi ha spedito un contratto, ho potuto comprare un biglietto aereo e quando sono arrivata ho avuto il permesso di soggiorno. Sono andata a vivere a casa della mia amica e guadagnavo 500 euro al mese. Dopo è scoppiata la guerra, con Fatima e il marito cittadino libico siamo andati a Zauia, 40 chilometri da Tripoli per raggiungere il confine con la Tunisia. Le autorità de Marocco stavano aiutando il rientro dei connazionali. Ma l’esercito libico ha circondato Zauia, cercavano gli stranieri e ci hanno rimandato a Tripoli. Fatima e il marito sono andati in Italia con un visto. Erano già stati sia in Italia che in Germania con il visto. Sono rimasta sola. Non potevo aprire il negozio con i bombardamenti in corso e ho cominciato a tagliare i capelli a casa della gente. A luglio i bombardamenti sono aumentati e anche le ronde dei soldati libici che andavano a caccia degli stranieri. Ho avuto paura di morire e ho deciso di scappare. Scappare in Italia. Avevo conosciuto due marocchini, Khalid e Rachid, che mi avevano detto che se volevo andare in Italia mi potevano aiutare. Li ho chiamati e ho pagato 700 euro per il viaggio. Venerdì 29 luglio mi hanno portato in una villa dopo che avevo raggiunto una località marittima chiamata Njila, una frazione di Tripoli. La villa apparteneva a due uomini libici che conoscevo: Qabil e Salah, tutti parte dell’organizzazione che gestisce la partenza dei migranti. Mi hanno trasferita con la macchina, mentre gli africani li hanno messi su degli autobus. Al porto c’era un posto di blocco dei militari libici che hanno fatto passare, non hanno controllato. Ma erano loro che controllavano le operazioni d’imbarco, speravano di imbarcare almeno quattrocento persone. Prima dentro la stiva e poi sopra. Non si potevano portare i bagagli. Ci hanno sistemati, nessuno si poteva muovere dal posto assegnato perché si poteva capovolgere la barca. Siamo partiti alle undici del mattino, dopo tre ore ci siamo fermati e abbiamo aspettato per un’ora un altro barcone con al seguito un motoscafo con militari libici e Khalid e Rachid, erano venuti per vedere se andava tutto bene. Hanno sparato in aria, e sono tornati indietro con il motoscafo. L’altro barcone era come il nostro pieno di persone, ma è rimasto indietro durante il viaggio. Alle sette di sera il motore si rompeva, lo riparavano, ma si rompeva del tutto. La stiva si è riempita di fumo, ma nessuno poteva salire sopra perché non c’era posto. Un egiziano e un tunisino che guidavano la barca si sono buttati a mare con il giubbotto salvagente. Li vendevano al porto per 25 euro, anche io l’ho comprato. Nessuno ha più visto le persone che si sono buttate in mare. Dopo un paio di giorni sono cominciate le violenze degli africani. Gli africani che vengono dal centro Africa, hanno la pelle più scura di noi del nord Africa. Sono scesi nella stiva degli africani che hanno preso altri due africani che volevano salire sopra. E li hanno buttati a mare. Erano sicuramente vivi perché hanno cercato di opporsi con tutte le forze. Hanno preso tutta la roba da mangiare e i soldi a tutti quanti. Picchiavano tutti, una donna incinta l’hanno picchiata finché non è morta e poi l’hanno buttata in mare. Mi hanno preso 400 euro e 200 dollari, poi anche la mia borsa, il mio cellulare, l’orologio e il mio giubbotto di salvataggio. Ho visto buttare a mare 5 uomini una volta, un’altra ancora due. Poi buttavano a mare anche i cadaveri di quelli che morivano di fame e di sete. Hanno preso una donna tunisina e una marocchina e le hanno picchiate e violentate davanti a tutti, dopo questo fatto cominciavano a parlare in maniera confusa come se avessero perso la ragione. Siccome avevo visto tutto, il terzo giorno mi hanno picchiata e spogliata la parte superiore. Mi hanno bendata con un pezzo di rete, e mi dicevano che mi uccidevano se avessi detto quello che avevo visto. Mi hanno picchiata e mi buttavano secchi di acqua salata addosso, a turno ognuno di loro. Sono rimasta legata fino alla notte successiva”.

La barca va alla deriva, ma è ancora lontana dal punto dove verrà avvistata da Nemo, alle coordinate 34°05’6N 012°25’2E. Delle navi incrociano il barcone. Ma continuano per la loro rotta. Solo una nave lascia dei gommoni con dei viveri. La legge del mare impone di aiutare, ma anche queste regole antiche sono cambiate nel nostro mare: non conviene, si può essere processati, è solo una rogna. Le regole sono fatte per essere trasgredite, anche quelle del mare. Sulla barca i nigeriani e ghanesi sono la maggioranza. I malesi sono l’altro gruppo più numeroso e questo gli permette di proteggersi tra di loro. Mohamed Ibrahim Yacoub proviene dal Sudan: “Una mattina notavo una donna, credo nigeriana, fare dei movimenti come se facesse riti magici, al termine dei quali indicavano una persona del barcone. A questa persona gli legavano le mani e i piedi e lo buttavano vivo in mare. Non saprei identificare queste donne, tenevo la testa bassa per la paura. Ogni giorno buttavano in mare almeno 3-4 persone vive, sempre indicate dalle donne che facevano i riti magici”. Amadou Diarra, del Mali, doveva morire: “Personalmente ho visto almeno dieci persone morte di nazionalità diversa e pelle diversa. Sono morti anche due bambini, un maschietto e una femminuccia. Si sono messi a fare riti, perché dicevano che l’avaria al motore era stata colpa di persone negative presenti sulla barca. Mi hanno indicato anche a me, ma non lo sapevo. Me ne sono accorto solo quando sono stato svegliato dai rumori vicino a me, erano venuti a prendermi. Mi ha difeso un amico, Moussa Toure. Le persone buttate in mare erano di nazionalità ghanese, nigeriana, sudanese, ma non sono riusciti a buttare a mare i maliani perché più numerosi e uniti”. Gli africani, quelli dalla pelle più scura, hanno il controllo della barca. Non è una follia momentanea, ma un clima di terrore instaurato con metodica violenza. Non solo intimidire, rubare il cibo, ma anche il denaro, come se potesse servire a qualcosa nel mezzo del mare. Ma serve per dopo, come intimidire i testimoni. Jennifer Amos è nigeriana, interrogata dalla squadra mobile di Cosenza, fa mettere a verbale: “Un uomo che dava fastidio e gridava, dopo essere stato legato, è stato buttato fuori dalla nave. Qui, tra di noi, si sta diffondendo la voce di difendere chi avrebbe commesso l’omicidio, e di non dire nulla alla polizia, e in fase d’interrogatorio confermare che la persona era morta al momento che è stata buttata in mare”. Altri nigeriani negano che sia accaduto qualcosa, Veronica Ehidiame dichiara a verbale che non ha visto compiersi riti propiziatori. Evans Ewere afferma, nel modo più assoluto, che non ci sono stati atti di violenza. Il gruppo si difende o continua ad intimidire. Ibrahim Yacoub dichiara a verbale: “ Le altre donne, quelle di carnagione più chiara, o di origine etiopica o eritrea erano picchiate dal gruppo, mentre le donne nigeriane e ghanesi erano trattate un poco meglio”. Perché denunciare chi non ti ha fatto del male? L’etnia, l’appartenenza sono fattore fondamentale nei rapporti, anche se poi dalle immagini in TV sembrano tutti bene o male neri, indistintamente. Riti magici, riti propiziatori, riti satanici come li definisce Peace Akpotu ascoltato dalla questura di Avellino: “il gruppo dei ghanesi ha effettuato dei riti satanici sul ponte della barca. Le persone contrarie ai riti satanici venivano selvaggiamente picchiate e poi gli venivano legate le mani e venivano gettati vive a mare”. Sempre ad Avellino la squadra mobile  raccoglie la testimonianza di Christiana Benjamin: “Hanno buttato in mare anche un bambino di circa due anni, perché era ritenuto stregato”.

No, i sacrifici umani non sono stati fatti in Italia. La barca era oltre le 12 miglia nautiche. Come annota la questura di Taranto: “tenuto conto che gli episodi non sarebbero avventi in acque territoriali disponeva di trasmettere comunque gli atti alla Procura siciliana”. La Procura è quella di Agrigento, guidata dal dott. Ignazio Fonzo. Con un paziente lavoro di ascolto e investigazione vengono ascoltati molti dei migranti sui barconi. Vengono chiamati interpreti, ascoltati e incrociati i racconti. Avvocati difensori, timbri, trasmissioni di fax, carta su carta, una sequela di A.D.R. (a domanda risponde).  Si fanno i confronti con le foto segnalazioni di tutti i migranti scattate appena dopo lo sbarco a Lampedusa. Un racconto dell’orrore ricostruito tra tante questure del Sud Italia: oltre Castel Volturno è agli atti anche a Napoli, Avellino, Cosenza, Taranto, Agrigento che riti magici propiziatori esistono, e un processo è aperto nei confronti di quattro ghanesi Mohamed Adam 29 anni, Ahmokugo Kujo 43 anni, Ohalete Emeka 38 anni, Jamal Rachid 36 anni e tre nigeriani Ounchukwu Duglass 35 anni, Ihigwe Emeka 31 anni e Aniamaru Pascal 31 anni per omicidio a seguito di riti propiziatori magici, aggravato dall’avere agito per motivi futili e abietti, per aver profittato di circostanze di tempo, luogo e di persona tali da ostacolare la difesa privata. Linguaggio secco, non burocratico, ma dati di fatto. “Questo è un caso limite, ma ogni traversata aspetti di paura ben comprensibili da parte dei clandestini”. Il procuratore Fonzo mi scrive le sue osservazioni, dopo un colloquio telefonico, in merito ai sacrifici umani: “Non ho le conoscenze culturali, specie antropologiche, per poter dare un giudizio al riguardo. Se il racconto dei migranti venisse confermato nelle sue particolarità, effettivamente potremmo parlare di sacrifici umani. Tuttavia, ripeto, non avendo le conoscenze necessarie in proposito, sono più portato a ritenere che le uccisioni siano state determinate, in realtà, dalla necessità di eliminare quella che costituiva una  “zavorra” (usiamo questo termine crudele) per la speditezza della navigazione a cagione di motivi di salute, fame, ed altre difficoltà dei passeggeri clandestini”. Quando si chiudono le indagini siamo alla fine di novembre del 2011, qualche riga sui giornali, un veloce servizio in TV. C’è lo Slow Food, e c’è bisogno di slow reportage, per comprendere quello che per altri è normalità, e non ha contorni di straordinario. Me lo conferma Kevin, un amico africano, quando gli mostro i documenti dell’inchiesta sui sacrifici umani alle coordinate 34°05’6N 012°25’2E: “Si devono calmare gli dei del mare, invocare i soccorsi, allontanare la sventura, è normale che abbiano fatto riti propiziatori, si fanno sempre e, qualcuno muore sempre, perché sei così sorpreso? Che cosa c’è di così tanto strano, solo perché siamo in Italia sono strani? Se fossimo in Africa non sarebbe così strano, anzi assolutamente normale”. Non è normale il numero dei procedimenti per reati concernenti la tratta delle persone, solo 179 nel 2010, con un deciso calo confrontato agli anni precedenti. Il procuratore Fonzo risponde a questo dubbio: “I basso numero di procedimenti si spiega facilmente: il reato di “Tratta di persone”, art. 601 c.p., punisce chiunque integri la fattispecie, ovviamente, ma raramente tra questi soggetti rientrano cittadini italiani o comunque soggetti sottoposti alla giurisdizione dello Stato. In genere, quando si procede per articolo 12 D.lvo 286/98, i clandestini che vengono sentiti dichiarano che l’organizzazione del viaggio è stata apprestata da soggetti ignoti ovvero al momento dagli scafisti   che li hanno accompagnati nella traversata, e comunque non emergono le condizioni soggettive richiamate dalla norma (la “riduzione in schiavitù” o una condizione a questa assimilabile) per poter ritenere, anche astrattamente, la sussistenza di questa ipotesi delittuosa. In altre parole, il reato è previsto dal codice penale, ma la sua configurazione concreta, ed il relativo accertamento, sono molto, ma molto, difficili”.

C’è anche chi decide di auto ridursi in schiavitù, una scelta consapevole, quando decide di affrontare il viaggio verso l’occidente, come Kevin, schiavo di se stesso. “Siamo tutti neri per gli italiani, e a Castel Volturno siamo tutti disperati, bianchi e neri. Chi riesce a riconoscere un nigeriano da un ghanese? Chi distingue tra quelli che sbarcano, il buono dal cattivo, lo stregone dalla vittima, il criminale dall’innocente? Qual è la capitale della Nigeria o quella del Ghana, e quella della Costa D’Avorio, che lingue si parlano e perché? Predichiamo integrazione, quando non sappiamo neanche riconoscerci e non sappiamo nulla l’uno dell’altro, anche se ci si sforza. Kevin è circondato da ritagli di giornale, articoli elogiativi sulla sua persona, ormai figura di spicco nel panorama italiano, o per meglio dire un nero che spiega ai bianchi l’Africa. Riconoscimenti e ignoranza. Perché Kevin si processerebbe per l’articolo 601, tratta di se stesso, con partenza vicino alla linea dell’equatore.