Abruzzo: la parola alle case

terremoto2“Ci guardano con sospetto. A volte con odio. Paura. Ci stanno giudicando come se fossimo degli assassini, come se non ce ne importasse nulla. Non si avvicinano però. Non ci vengono a domandare nulla. Ci sfiorano. Ma non sempre. A qualcuna hanno scavato nella pancia. E non ci siamo mosse. Abbiamo lasciato che rovistassero. Non una parola, un lamento. Non siamo spettrali, anche se oggi fa freddo e soffia un vento gelido. E’ la primavera dell’Abruzzo. La primavera delle montagne che sono e rimangono dure. Tutti hanno parlato con tutti. Nessuno ci ha rivolto una parola, un saluto. Soltanto i nostri proprietari. Loro si ci guardano con la malinconia negli occhi. Quella maledetta notte abbiamo provato a resistere. Cosa credete mai, che non avevamo voglia di proteggervi? Che potevamo lasciarsi andare come se nulla fosse? No, vi sbagliate. Il tremore lo abbiamo sentito prima di voi, qualche attimo prima di voi, nelle nostre fondamenta. Cattivo, diretto, bruciante. Un tremore sconosciuto anche a noi. Credeteci, ci abbiamo provato. Abbiamo cercato con tutte le nostre forze di non lasciarci andare, anche se cominciavamo a sentire lo spezzarsi delle ossa, che a noi sono fatte di ferro e cemento. Volevamo gridare: scappate, svegliatevi, non ce la facciamo a reggere per molto. Non siamo riusciti a pronunciare una parola. Che strano. Ti frequenti ogni giorno, si appoggiano a noi. Ci ornano, ci accarezzano. Eppure non siamo riusciti a svegliarli in tempo. E’ stato così dovunque. Hai visto Fossa? Non ti deve spaventare. Stanno tutte insieme sulla montagna. Cupe, severe, abbandonate. Non deve guardarli con gli occhi di chi viene da fuori. Osservaci con gli occhi degli anziani. I nostri proprietari. Loro ci  consolano da lontano con lo sguardo. Loro sono soli. Noi siamo soli. E finché saremo separati, non ci sarà consolazione. Non possono avvicinarsi. Hanno detto che non devono più fidarsi di noi. Come si fa a dire una cosa così? Cosa ne potete sapere del dolore, della gioia, delle preoccupazioni che abbiamo condiviso per anni e anni, dalla mattina alla sera, e tutte le notti di tutte le stagioni? Hai visto ad Onna? Quelle poche di noi che sono rimaste in piedi? Quelle case sembrano avere lo sguardo basso, dispiaciuto di essere ancora in vita. Non devono fare così. Le più deboli di noi siamo venute giù, e abbiamo ucciso chi dovevamo proteggere. I tetti battevano come martelli impazziti. Tremavamo dal profondo, e i tetti a battere su di noi. Non ce l’abbiamo fatta. Abbiamo fallito. Voi a giudicare, a dividerci tra buoni e cattivi. Siamo solo case, il nostro dovere è difendervi. Lo senti questo freddo primaverile? Non è nulla in confronto all’inverno. La nostra è una disperazione silenziosa. Muta. Abbiamo visto i piccoli, i giovani, le belle speranze di famiglia partire, andare lontano a cercare fortuna. La fortuna l’hanno trovata. Ed oggi, anche le nostre macerie. Lo sguardo pieno di lacrime con cui ci fissano ci congela. Anche se siamo solo macerie. Ormai fredde. Loro erano lontani. Toccava a noi prenderci cura di chi rimaneva. E rimangono sempre gli anziani. A Villa Sant’Angelo abbiamo sentito i vigili del fuoco dire che eravamo quelle che dovevano cadere. Che non c’era nulla da fare. Lo senti questo odore di vecchio, di tufo, di carta da parati? Qualcuno lo chiama l’odore della nonna. Quell’odore di oggetti antichi mischiati ai ricordi, ai vestiti che si cambiano poche volte, perché bisogna risparmiare, ma sono sempre puliti. Vecchi fornelli, bambole di pezza, tegami di rame. Siamo confusi noi, gli oggetti e voi in una sola massa di detriti. Alcune di noi sono completamente sbattute con la faccia a terra, altre sono piegate in modo innaturale. Ci tengono a distanza con i nastri rossi e bianchi, gialli, qualcuno di voi è a guardia, per impedire che vi avviciniate troppo. Tra non molto arriveranno le ruspe. Salveranno solo i feriti lievi. Per la maggior parte di noi ci saranno i mezzi meccanici a triturarci definitivamente. Che lo facciano con pietà, non con odio. Non possono vendicare la propria rabbia su di noi. Non è colpa nostra. Chissà, se ci sarà un poco di pietà, il camion che è venuto a prenderci ci poterà su dell’altra terra. E diventeremo fondamenta per nuove case. Forse qualcuno ci prenderà tutta e ci mischierà al cemento e diventeremo di nuovo fondamenta. Quelli mani che ci mischieranno, sanno che noi faremo il possibile per non venire giù di nuovo. Ci abbiamo sempre provato e lo faremo ancora”.

Sergio Nazzaro

pubblicato su Terra 15/04/2009

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