Base NATO Mondragone: nome in codice Proto

Base Nato Mondragone: Proto

Base Nato Mondragone: Proto (foto Ivano Cirillo) 

La base fantasma: base Nato Mondragone nome in codice Proto 

reportage per il mensile Wired settembre 2013

(di Sergio Nazzaro e Ivano Cirillo con il fotografo Massimo Mastrorillo e il supporto medico e logistico del dott. Giovanni Cirillo)   

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Davanti alla porta antiatomica l’aria è pesante, l’oscurità totale. C’è umido, dalle pareti del tunnel cadono gocce d’acqua che toccando terra fanno un rimbombo sordo. I battiti del cuore colpiscono duro le orecchie tese a captare ogni scricchiolio. Paura, inutile girarci intorno. La sensazione di essere in un’astronave aliena. Varcata quella soglia, nessuna comunicazione con l’esterno sarà possibile. Abbiamo concordato un appuntamento con un medico specializzato in primo soccorso, che ci attende fuori. Se salta il rendez-vous penserà lui a dare l’allarme.

Come siamo arrivati fin qui? Carrello indietro. Un cartello militare, una strada di campagna in salita che conduce al Monte Massico. Uno spiazzo deserto. Nella roccia è visibile l’entrata murata di un tunnel. Porta a una base militare sotterraneanome in codice Proto, scavata nella roccia tra Mondragone e Sessa Aurunca in provincia di Caserta verso la fine degli anni ’50, abbandonata nel 1996, quando la guerra fredda diventava un ricordo e il terrorismo internazionale era il nuovo nemico, e da allora rimasta com’era.

Entriamo. Attraverso un condotto, strisciando a pancia in giù per qualche metro, ci si ritrova in un tunnel largo poco più di una corsia d’autostrada. Si cammina per due chilometri nell’oscurità. Lungo il percorso ci sono attrezzi da lavoro, tracce di vita anche recente. Buchi nel pavimento. Qualche slargo, indicazioni sul muro: “Pedoni a sinistra”. Poi, finalmente, l’entrata. Noi ci siamo arrivati a piedi. Quando Proto era in funzione il tunnel era attraversato dai trenini elettrici lunghi 35 metri che portavano il personale militare e civile al lavoro. A intercettare da Gibilterra fino alla Turchia qualsiasi cosa volasse, navigasse o si muovesse sullo scacchiere della guerra fredda. Perché Proto era una base Nato, un terminale del sistema di ascolto e trasmissione Ace High che partiva dalla Norvegia e attraversava tutta l’Europa. Ed era anche un bunker a prova di atomica: in caso di conflitto, i vertici del comando Sud della Nato, di stanza a Bagnoli, avrebbero trovato rifugio qui. Il tunnel non finisce davanti alla porta antiatomica, continua per altri tre chilometri circa, fino a sbucare sull’altro lato del Monte Massico.

L’aria è densa. La porta antiatomica, che misura circa tre metri per tre, si muove con facilità su cardini stranamente oliati. Non è il primo né l’ultimo mistero di Proto. Ci inoltriamo con cautela in una città fantasma, o quasi. Qui vivevano almeno 200-300 persone. Durante le simulazioni di guerra si arrivava a mille presenze. Un corridoio parallelo al tunnel, scavato nella roccia della montagna, collega tra loro i cinque blocchi: la stazione meteorologica, la sede del Raoc (Region Air Operations Center), il centro radio, le mense. In fondo al blocco ufficiali c’è la sala motori. Ogni blocco è un tunnel scavato in profondità, perpendicolare a quello d’ingresso. L’autonomia era assicurata da due motori Isotta Fraschini per cacciatorpediniere. Condutture e filtri garantivano anche l’aria condizionata.

Dopo aver percorso cunicoli, corridoi e scale fino quasi a perdere il senso dell’orientamento, ci troviamo davanti a un’enorme mappa del Mediterraneo. Di fianco alla mappa, un tabellone simile a quello dei treni in arrivo e in partenza. Elenca tutte le basi aeree d’Italia, Grecia e Turchia, con i codici Nato. Ecco, questo forse era il cuore profondo della base, il suo segreto più impenetrabile. Muoversi all’interno di Proto è difficile. Speleologia industriale. Le torce hanno un’autonomia limitata, c’è il rischio di rimanere al buio, e molti tratti sono una massa di fanghiglia scura e scivolosa. E poi c’è la paura concreta che qualcuno emerga dal buio pesto dei corridoi interminabili. Nessun fantasma o alieni: esseri umani.

La base è stata devastata oltre ogni immaginazione. Dopo la dismissione è cominciata la razzia: rame, motori, quadri elettrici, tutto divelto senza pietà. Nel tunnel principale si incontrano le brandine usate da chi ha lavorato anche di notte, per settimane, per portare via fino all’ultimo pezzo rivendibile al mercato nero. Dal 1996, murate le entrate principali, la sorveglianza è stata saltuaria. E ai ladri, o ai semplici curiosi, è bastato seguire i cunicoli dei fili e delle condutture per entrare. Amianto, vernici, liquidi, oli. Quel che è rimasto cade a pezzi. La ruggine sta corrodendo ogni cosa. Chi ha permesso che una delle basi più segrete in Italia sia stata fatta oggetto di un saccheggio di queste proporzioni?

Abbiamo chiesto spiegazioni alla Marina Militare, attuale responsabile di Proto. L’ufficio stampa, attraverso il capitano di fregata Marco Maccaroni, ha risposto che “nelle more della decisione su un eventuale impiego operativo del sito, al fine di preservarlo per un eventuale e futuro utilizzo, si decise di murare, con porte di cemento armato, gli accessi al sedime. Ciò solo dopo aver effettuato una compiuta verifica, a cura del personale dipendente, dello stato dei luoghi, alla quale è seguita un’ulteriore ispezione a cura della locale Asl, a seguito della quale fu rilasciata, in data 18 luglio 1996, apposita certificazione di avvenuta bonifica del sito”. Tutto a posto dunque? Guarda le foto e giudica.

Gli armadi divelti, le pareti sfondate, i lamierati piegati alla ricerca di cavi di rame. Computer ammassati alla rinfusa, quadri elettrici squartati come fossero maiali. La Marina Militare ammette: “In merito alle condizioni di allarme ecologico, si precisa che durante i sopralluoghi effettuati si è purtroppo rilevata la presenza di rifiuti abbandonati di varia natura, che sono stati ogni volta rimossi. Recentemente, a seguito di una ulteriore ronda, si è constatata addirittura l’asportazione del cancello di accesso e di una parte della recinzione, già in passato danneggiati e ogni volta ripristinati e convenientemente muniti di catena con lucchetto. Sono stati, quindi, nuovamente rinvenuti rifiuti abbandonati da ignoti, tra cui lastre di eternit, che si provvederà a rimuovere come già avvenuto nel passato. Di ciò sono state sempre informate le competenti autorità”.

Sopralluoghi e ronde saltuarie si sono rivelati inutili. Qualche volta – è accaduto nel 2011 – sono stati arrestati in flagranza di reato due ladri. Tutto lì, in 17 anni. Un ex militare, che ha chiesto di restare anonimo, avanza un’ipotesi: “Appena dopo la chiusura, tra militari o civili, qualcuno ha dato le giuste indicazioni per agire indisturbati e asportare tutto il materiale che avesse un qualche valore. Un lavoro fatto con precisione e non improvvisato.

Ladri e rifiuti a parte, ci potrebbe essere un altro motivo di allarme ecologico, perché Proto non si esaurisce con i suoi cinque blocchi. In un angolo c’è un ascensore idraulico, bloccato al piano inferiore. Se lo si rimettesse in funzione, quale vaso di Pandora si aprirebbe? Nessuno ha mai violato la zona, il rischio è di aprire una sacca di aria velenosa: in circostanze simili, altrove si è dovuta constatare la contaminazione da radeon. Per Proto, si possono soltanto incrociare le dita e chiedere accertamenti. E una nuova, vera bonifica.

Sul futuro della base, la Marina Militare spiega: “Da tempo lo Stato Maggiore della Marina ha dichiarato il non interesse operativo sul compendio esprimendo, nel contempo, parere favorevole alla dismissione definitiva del sedime. Anche lo Stato Maggiore della Difesa, a seguito della richiesta formulata dalla Marina, ha comunicato il nulla contro alla dismissione dell’area in parola, non rivestendo più la stessa alcun interesse per la Difesa. Attualmente è in corso la procedura per la riconsegna all’Agenzia del Demanio. Quanti anni ci vorranno perché questo passaggio avvenga? E chi prenderà veramente in carico l’ex base? La riqualificherà e, in caso affermativo, come? Tante domande, nessuna risposta.

Intanto, dopo i ladri e i saccheggiatori, a Proto sono arrivati i canari. In uno dei primi sopralluoghi a questo malconcio residuato della guerra fredda, mentre ci arrampichiamo sulla montagna dal lato di Sessa Aurunca, notiamo un canile. Non ci fermiamo, perché la nostra meta è la torretta più a nord. Una torretta fondamentale, poiché ha una struttura da bunker, probabilmente collegata alla base stessa. I limiti della base non sono conosciuti. Mappare le torrette, quelle esterne e quelle collegate a Proto, aiuterebbe a farsi un’idea un po’ meno vaga di una struttura di cui nessuno fornisce una mappa precisa. Mentre stiamo per superare il canile, un rottweiler legato alla catena ci ringhia contro. Allarmati, ci accorgiamo che i cancelli sono stati chiusi con lamiera e filo spinato, e che qualcuno ha preso possesso della torretta e del suo bunker. I contadini non usano i rottweiler. Chi usa la base oggi? A quali scopi? Alla Marina Militare rispondono che indagheranno, e che hanno informato le autorità.

Qualche giorno dopo i carabinieri, durante un sopralluogo, denunciano quattro persone per maltrattamento di animali. Il canile era ovviamente abusivo, e i proprietari utilizzavano anche la torretta per tenerci i rottweiler. Se allevassero i cani per rivenderli o, ipotesi che gli inquirenti hanno fatto, li addestrassero per destinarli ai combattimenti clandestini, che alimentano un forte giro di scommesse, non è ancora stato accertato.

I rottweiler sono l’ultima tappa di questa dismissione non troppo gloriosa. In tanti anni e altrettanti saccheggi, sono stati asportati nastri ottici, libri, manuali, suppellettili, materiale militare: potevano contenere indizi per i grandi misteri italiani? Improbabile.

“Ognuno di noi aveva un Nos, nulla osta di sicurezza. Ho lavorato per un anno nella base. Si perdeva la cognizione del tempo”, un’altra fonte militare ci racconta la vita quotidiana nella base. “Avevamo una scheda perforata per accedere alle diverse zone della base. Solo una volta sono entrato nella sala Raoc. Non avrei dovuto, e sono stato rimproverato. Mi ricordo che ho visto plexiglas su cui scrivevano e muovevano navi e aerei, facevano esercitazioni. Tutto era controllato e sorvegliato, anche se non c’erano testate atomiche come è stato detto. Eravamo completamente indipendenti per acqua ed elettricità, dovevamo poter affrontare una guerra atomica. Foto? Neanche una, la segretezza era massima. Quanto era controllato il tutto? Pensa che di fatto eravamo diventati un parco protetto. Mi spiego: gli animali si nascondevano nel nostro perimetro così i cacciatori non potevano ammazzarli, non ti dico quanti animali giravano intorno a noi”.

Ora, attorno all’orecchio della Nato che ascoltava tutto da Gibilterra a Istanbul, anche gli animali sono scappati. Restano soltanto gli sciacalli e i ladri di ferraglia. Una proposta: e se la base, bonificata, diventasse un grande museo della guerra fredda?

qui il video dall’interno della base NATO Proto

qui le foto inedite del primo sopralluogo

le foto di backstage di Sergio Nazzaro durante lo shooting del fotografo Massimo Mastrorillo (World Press Photo 2005)

Reportage Base Nato Mondragone: Proto. Alcune riflessioni oltre il reportage.

Desiderio scrivere alcune riflessioni dopo i tanti messaggi e rilanci che ha avuto il reportage, di cui invito alla lettura completa su Wired Italia di settembre.

Il reportage porta alla luce un oggetto di cui tanto si è parlato, ma nulla si è mai visto pubblicamente. Non è stata la ricerca di uno scoop, ma piuttosto una riflessione su un territorio e le sue vicende.

Tengo a specificare che il reportage NON è un invito a infiltrarsi nella base. Tantissime persone ci sono state, ladri e curiosi. Oggi la base versa in condizione disastrose, ma soprattutto pericolose, per inquinamento ambientale, per la sua posizione e per la corrosione dei materiali che rende il tutto pericolante.

In questa ottica ho contattato la Marina Militare, che possiede la base e, quindi è bene ricordare che è territorio militare, con cui ho avuto il piacere di collaborare, e i comandi dei carabinieri locali, perché ci sia maggiore vigilanza sulla base, al fine di impedire che qualcuno improvvisi una scampagnata che può diventare problematica, se non si è attrezzati in maniera specifica per fare speleologia industriale. Colgo anche l’occasione per sottolineare la professionalità e la disponibilità della Marina Militare e la figura del Capitano di Fregata Maccaroni per il prezioso apporto nello svolgimento del reportage e tutto l’ufficio di relazioni con la stampa.

Quindi è bene ribadire che il reportage non invita NESSUNO a introdursi nella base Nato, per la sua pericolosità e perché è sotto giurisdizione militare. 

Io e i miei colleghi, in quanto giornalisti, abbiamo accettato i rischi, perché è il nostro lavoro.

Fatta questa precisazione, credo che il lavoro sulla base Nato Proto debba essere un lavoro di ricostruzione storica. Raccogliere elementi per comprendere il suo ruolo sul territorio, il suo profondo velo di segretezza, che ha resistito anche dopo la sua dismissione, ma soprattutto il suo ruolo in importanti inchieste italiane, come quella di Ustica. Il Proto controllava tutto il Mediterraneo. Perché non è mai stato chiamato in causa sulla questione Ustica, o in merito al MIG libico caduto in Calabria. Perché la sua presenza è totalmente assente da qualsiasi inchiesta pubblica? Ovviamente era una base segreta, ma quando ci sono tragedie come quelle appena citate, il segreto militare dovrebbe farsi da parte per dare risposte ai parenti delle vittime, che chiedono semplicemente giustizia.

Detto questo, va anche puntualizzato come una base cosi tecnologicamente avanzata insisteva su un territorio povero e arretrato, altro punto di riflessione, ma sicuramente il Proto ha aiutato l’economia locale. Ulteriore punto, come si relazionava la criminalità organizzata di zona, con questa immensa base? E perché la capacità di ascolto, assolutamente fantascientifica per certi versi, non è stata data in aiuto alle forze dell’ordine sempre in merito alla criminalità organizzata? Ovvia la risposta, quelli militari e i carabinieri, pure! Si combatteva il grande male sovietico e si moriva per le strade vicine. Contraddizioni, provocazioni, riflessioni.

Invito chi ha materiali, approfondimenti a contattarmi e inviarli a sergionazzaro.com@gmail.com così, con un lavoro corale, ricostruire un pezzo di territorio (Mondragone, Sessa Aurunca, Falciano, Carinola, Casanova) che sempre dimenticato dalle cronache, scopriamo essere sempre al centro della storia. 

In fin dei conti ospitavamo la base antiatomica del Comando Sud Europa, non una piccola storia. Grazie per la vostra lettura.