D di Repubblica: Burj Khalifa

5 marzo 2010
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Il foto reportage esclusivo del Burj Khalifa di Dubai, il grattacielo più alto al mondo. Accompagno con il mio racconto-reportage della super torre, per D di Repubblica, le spettacolari foto di Iwan Baan (www.iwan.com), considerato il più importante fotografo di architettura al mondo. Per approfondire leggi anche Dubai Confidential, i segreti della città del lusso e guarda il fotoreportage qui.

 

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12 Ore nella Torre più alta del mondo
di Sergio Nazzaro foto di Iwan Baan
Sole e acciaio. Chissà cosa scriverebbe Yukio Mishima del Burj Khalifa. Trentacinque gradi. Il sole si riflette sulle lastre di vetro e acciaio del grattacielo più alto al mondo. Il riflesso probabilmente sta svegliando qualcuno che dorme nell’emisfero ancora al buio. Abbasso lo sguardo. Un giramento di testa. Troppo alto. Sono ai piedi del Burj Khalifa in compagnia di Iwan Baan, fotografo. L’incarico del giornale: raccontare l’opera umana più alta al mondo. Raccontare che cosa si prova ad arrivare quasi al cospetto di Dio, con un ascensore veloce, però. Non conoscevo il lavoro di Baan prima di incontrarlo. Lo ammetto. Poi ho visto le sue foto, come piega le travi portanti mischiandole alle persone, e l’architettura d’improvviso è viva. E non molti sanno che, durante il viaggio di George Bush a Ulan Bator, è stato il fotografo ufficiale del presidente della Mongolia Nambaryn Enkhbayar. Persone che diventano architettura nella natura.
“Quanto è costato?”. Imre mi sorride, mentre mi aggiusta il badge e la casacca gialla fluorescente. Nome ungherese. Ma ormai è figlio del deserto. Il padre è un diplomatico a Dubai. Una parentela utile. E’ addetto alle pubbliche relazioni del colosso del Medio Oriente. Potevamo avere il tappeto rosso con una richiesta ufficiale. Ho preferito chiamare Imre. Visita semi ufficiale, almeno si può vedere anche quello che le visite ufficiali non mettono in mostra. Saltiamo la lunga fila dei visitatori della terrazza panoramica. “Il costo stimato della costruzione è 1,5 miliardi di dollari. Certo è che lo sceicco Khalifa, il sovrano di Abu Dhabi nonché Presidente degli Emirati Arabi, lo ha pagato molto più caro”. Il crack di Dubai è stato evitato con un assegno di ben 10 miliardi di dollari da parte della famiglia Khalifa. Per riconoscenza, il grattacielo ha cambiato nome dalla sera alla mattina: non più Burj (in arabo torre) Dubai, ma Burj Khalifa. Nel giro di qualche ora, anche Wikipedia si era aggiornata.
Siamo all’entrata degli operai e dei tecnici. Nascosta al pubblico da staccionate con il marchio Emaar, la sussidiaria del Governo che ha costruito la nuova Torre di Babele. Mettiamo i caschi di protezione ed entriamo dentro. Tanto colpisce la pienezza della torre nella città, tanto mi sorprende il vuoto interno. E il silenzio. Sono dentro uno dei tre piedi che formano la base. Gli operai stanno portando via i residui dei fuochi d’artificio dell’inaugurazione. Ci sono anche gli uomini della Megarme di Dubai. Gli scalatori di grattacieli. Hanno posizionato loro i fuochi d’artificio che ha visto tutto il mondo. Ma nessuno li conosce. Nessuno li ha visti. Come non si è visto il Presidente Bin Zayed, cioè l’uomo il cui nome è sulla torre, il giorno dell’inaugurazione. Abbiamo 12 ore di tempo. Un turno di lavoro. Sono le 8 del mattino. Ci accompagna l’ingegnere Shadid. Per la nostra sicurezza. Ma credo di più per controllarci.
“Stiamo finendo i lavori, deve essere perfetto, perciò è ancora vuoto dentro”. Sembra che mi abbia letto nel pensiero. I passi risuonano pesanti. Sicuramente sono le scarpe di sicurezza che ci hanno fatto indossare. Nuove e immacolate. Come le parole sussurrate che diventano eco immediatamente. Troppo vuoto. “Quando sarà veramente funzionale?”. Imre mi tocca il gomito con un gesto leggero. Non si devono fare troppe domande. Questa è la regola. “Qualche giorno, forse una settimana, inshallah”.
La torre dei grandi numeri. E dei primati. Anzi il primato è quello di avere tanti primati. Forse troppi. Primato anche dei numeri piccoli: cinque dollari è la paga oraria di un operaio. E ce ne sono 12.000 al lavoro. Cinque anche gli anni di costruzione, dal 2004 al 2009. 828 metri di altezza, antenna compresa. 169 piani. 57 ascensori. Oltre 1000 appartamenti privati, tra il 45esimo e il 108esimo piano. L’hotel Armani è posizionato al 37esimo piano. Il resto dei piani ad uso uffici. La terrazza panoramica è situata tra il 123esimo e il 124esimo piano. Numeri che cerco di mandare a memoria. Sempre troppi: 32.000 tonnellate di acciaio. 330.000 metri cubi di cemento. Le fondamenta scendono per 50 metri. 24.348 pezzi di vetro e allumino per coprire gli esterni, cioè la superficie di 17 campi di calcio, e pesante quasi 2 milioni di chilogrammi. 193.000 litri di silicone, e la lunghezza delle guarnizioni messe in fila coprono la distanza Dubai Damasco, cioè 1276 chilometri. Dimenticavo: 11 tonnellate di bulloni e dadi, per fortuna non c’è nessuno stadio nelle vicinanze altrimenti sarebbe stata una manna per gli ultras.
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Il Burj Khalifa ospiterà anche la moschea più alta al mondo: al 158esimo piano. Almeno non si potrà dire che qualcuno li sopra non senta bene le preghiere di noi che stiamo giù. Imre ci chiama, l’ascensore di servizio ci porta all’Armani Hotel. Iwaan scatta con una veloce lentezza. Lo scatto digitale è continuo. Le foto finiscono sui giornali mondiali più importanti e anche nei musei.
Dal silenzio del piazzale d’entrata, cominciano a mischiarsi le voci. Anzi le grida. Tutti urlano ordini. Indicazioni e direzioni. E il vuoto del Burj Khalifa diventa un’immensa cassa di risonanza di mille e più lingue. Inglese, indi, urdu, cinese, francese, tedesco, americano, arabo, giapponese. Tutti parlano e, il suono, diventa un idioma nuovo e sconosciuto. L’ascensore si ferma. La moquette a terra. Distesa, marrone, elegante e raffinata. Qualche piano è pronto, altri no. L’Armani ha la precedenza. Shadid avanza a passi veloci. “Se ti dico una cosa, la scrivi”. Guardo Imre offeso. “Va bene: l’hotel è pronto perché ospita gli investitori. Quelli che vogliono provarlo per primo. Quelli che vogliono una notte di follia. Le solite storie di sempre”.
Vedo stanze ancora in costruzione. “Non dirmi che ti meravigli ancora? Da quanto frequenti Dubai? Sai bene che non è mai pronto nulla, allo stesso momento. Ma vorrei sapere in quale parte del mondo”. Guardo l’orologio. Sono già le 10. La meraviglia rapisce il tempo, c’è poco da fare. Shadid ci richiama. Si riparte in ascensore. Non solo sono i più veloci al mondo, 64 chilometri all’ora e le orecchie ne risentono, come se si fosse in un aereo, ma compiono il percorso più lungo al mondo. Dal livello zero fin su al reparto di manutenzione meccanica sotto l’antenna. Cerco di codificare la lingua del Burj. Suono suadente, a tratti gutturale, eppure veloce, danzante. Ma nessuno si capisce per davvero. Ognuno ripete le stesse frasi almeno tre volte, se non di più.
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L’ascensore si ferma di nuovo. 180 metri percorsi in 10 secondi. Usciamo. Gli operai di Shadid devono fare dei controlli. Ci fermiamo almeno un’ora. Piano 87esimo. Perdo il conto tra le misure e i piani, tra quelli di servizio e quelli residenziali. Nessuna differenza: è un solo grande cantiere. Inaugurare non significa abitare. Come la metro di Dubai. Se la prendi, la fermata successiva è a 20 chilometri, perché le stazioni nel mezzo del percorso non sono ancora pronte. Prima inaugurare, poi forse, abitare. Iwan silenziosamente si perde sul piano. Lo scatto continuo diventa fievole.
Con Imre mi avvio nell’angolo che guarda verso le Emirates Towers e verso la Borsa di Dubai e il DME, il Dubai Merchantile Exchange. L’unico luogo al di fuori degli Stati Uniti dove si decide il prezzo del petrolio. Eppure già da questa altezza è tutto distante, insonorizzato. Ci sediamo a terra e sentiamo un filo teso di vento freddo, anche se fuori ci sono 35 gradi. Una guarnizione fissata male. “Ti sei seduto su un metro quadro da 7000 euro”. Mi guardo tra le gambe. Cade un poco di cenere a terra che il vento spazza via. Tutti gli appartamenti sono stati venduti nel giro di poche ore. E poi rivenduti per gli anni a venire. Finché dai 3000 euro metro quadro non si è arrivati fino a 15.000 euro metro quadro.
Avere una casa nella nuova Torre di Babele non ha prezzo, anche se ad una certa altezza ti puoi scordare la tua personale disposizione dei mobili. Tutto è saldamente inchiodato a terra. Altrimenti l’oscillazione di un metro calcolata per il vento, nei laboratori, ti distrugge il servizio buono di piatti e bicchieri. Più sei in alto, meno puoi decidere. Mi è scappata una metafora sul potere? D’un tratto di nuovo il silenzio.
E’ strano il Burj Khalifa, sembra posseduto da un respiro che si placa all’improvviso. E ti lascia solo. Migliaia di uomini, di pensieri e idee, di mani che attaccano milioni di pezzi per arrivare dove? Osservandolo da fuori, la supertorre è affascinante. Ad un certo punto ci si abitua. E diventa piccola. Si vuole di più. Andare oltre. Perciò la concorrente Nakheel, ma sempre sussidiaria del Governo di Dubai, sta già progettando una supertorre da 1 chilometro. A qualche decina di chilometri di distanza. E siccome si può vedere a ben 90 chilometri di stanza, gli abitanti delle supertorri si sentiranno vicini di nuvola. Il Burj Khalifa, progettato dalla Skidmore Owings e Merrill di Chicago, sembra che abbia tratto ispirazione da Frank Lloyd Wright e la sua supertorre da un miglio, presentata nel 1956. La sfida è “il chilometro”, perché il mezzo miglio ormai è raggiunto.
“Ma la spazzatura dove si butta?”. Imre comincia a spiegarmi il sistema penumatizzato di raccolta rifiuti differenziata. Immagino una lattina di pelati che cade nel vuoto e dice: “fin qui tutto bene”. E nel frattempo viene compressa dalla gravitazione, dalle forze del Burj, finché non arriva a terra già riciclata, e infilata come tappo su una bibita nel distributore vicino alla lunga fila per andare alla terrazza panoramica.
L’inglese indianizzato di Shadid ci richiama. Siamo operai che obbediscono agli ordini. Lo scatto digitale continuo si fa forte, ricompare Iwan. Si riprende l’ascensore per il cielo. La prossima tappa è la terrazza panoramica. Il fiore all’occhiello del progetto. Chi non ha comprato un appartamento, può passeggiare nella terrazza panoramica. 123esimo piano. Qualche manciata di secondi in ascensore e si arriva. Appena usciti siamo investiti da una luce bianca: il sole. E folla tutt’intorno. Sembra di essere sospesi nell’aria. Tutto è stato studiato per emozionare, stupire, quasi volare. Iwan scatta a ripetizione. La pellicola fotografica sarebbe stata una maledizione per fotografi come lui.
“E’ bellissimo!”. La mia esclamazione è quasi in faccia a Shadid. Rimane imperturbabile. “Lo vedo ogni giorno. Sempre uguale. Vorrei vedere di più la mia famiglia”. Anche se si può osservare per quasi cento chilometri intorno, non credo che Shadid riesca a vedere la sua famiglia da qui sopra. Il tempo passa sempre più velocemente. L’orologio segna già le 14. Altre 6 ore e finisce il turno. “Vuoi qualcosa da bere?”. No grazie Shadid, non mi fido dei tappi!
Chiedo del bagno, invece. Mi indicano una porta. Mi infilo dentro. Certo che ingegno umano ci vuole per far scaricare uno sciacquone a 442 metri di altezza. Come andare sulla luna. Premo. Schiaccio. Batto il con il pugno. Nulla.
“Lascia stare, non c’è ancora l’acqua!”.
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La voce di Shadid mi riporta con i piedi a terra, si fa per dire ovviamente. Ma Shadid ci ha fatto una promessa. Ci porta fin sopra l’antenna. Ha bisogno di un visto per i parenti. Il padre di Imre lo sta aiutando. Lasciamo la terrazza panoramica e gli sciacquoni. Una sola fermata adesso. Quella finale. E poi imbragature, altri caschi e vedremo il mondo dalle nuvole per davvero. Forse Dio. Le porte si aprono e ci viene incontro un operaio con turbante e barba bianca. Sembra antico, più che anziano. Cominciano a confabulare velocissimi. Un dialetto di qualche valle indiana. Ad un certo punto Shadid con si rivolge ad Imre: “Abbiamo dimenticato le chiavi della porta di sicurezza. Stanno giù”. D’istinto guardo i miei piedi. “Non possiamo salire. Mi dispiace. L’ascensore ora serve per un’ospite importante che sta visitando la torre”. Ci guardiamo intorno. Non ci sono finestre, solo la luce dei neon. E le chiavi a oltre 800 metri più in basso. Dubai è il Mondo, la Vita: promesse scintillanti. La possibilità di raggiungere le vette più alte. E poi ti ritrovi bloccato, fermo, al chiuso. Le luci si spengono. Se ne è andata la luce. E’ finito il turno di lavoro. Sono le 20.00, tempo di Dubai. Lo scatto digitale si ferma. Non so perché, ma preferisco che non si apra l’ultima porta. Mi ricordo solo ora che non avevo nessuno domanda pronta per Dio, e poi il giornale non ci avrebbe mai creduto che fossi così arrivato in alto.
Iwan annuisce nel buio.

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