40_03-10-2008_page_001Castel Volturno, una settimana dopo: le macchine della rivolta, degli uccisi sono ancora fuori il negozio. I vetri a terra, segni dei proiettili. Una donna di colore guarda le foto e sembra pregare incredula e disperata. Sui fogli bianchi attaccati ai muri, vicino alle immagini degli ammazzati, le preghiere coraniche La notizia dell’incidente arriva prima che nelle agenzie di stampa: due poliziotti morti durante un inseguimento sulla Nola Villa Literno. I militari prima di andare in Iraq vengono addestrati nelle zone di guerra. I poliziotti vengono spediti in terra di camorra senza addestramento, perché si crede che è Italia dovunque. Non è così. Sulle strade di terra di camorra non si corre mai: troppe buche, avvallamenti, mancanza di asfalto. In qualche telegiornale si cerca di consegnare gloria alla morte dei due servitori dello Stato. La macchina sfuggita al controllo forse è guidata da uno dei killer della strage di Castel Volturno. E invece no, semplicemente un piccolo tossico impaurito e con una Panda senza assicurazione. La banalità della morte al Sud. Quel Sud che muore dalle buche nell’asfalto mai riparate, da quelle strade mai finite e sempre pericolose, anche se non piove. Cosa altro si può raccontare da un territorio in cui lo Stato premia i più forti? Il Villaggio Coppola è una creatura abusiva, enorme e assurda, creata dalla famiglia Coppola. Oggi deve essere bonificata. Nell’accordo di programma per ridare vita «a uno dei territori più belli del Sud», come si impegnano a dire molti amministratori locali, ritorna proprio la famiglia Coppola, originaria di Casale di Principe.

Mentre si cerca una soluzione al disastro del Villaggio Coppola, si dota Castel Volturno di un porto per 1.200 posti barca, alberghi e attrezzature turistiche. I Coppola saranno gli imprenditori che lavoreranno al progetto. Prima distruggono e poi gli affidiamo altri soldi. Intanto, Cristina Coppola, figlia di Cristoforo Coppola, uno dei due fratelli che hanno costruito il Villaggio, predica la resurrezione del Sud, della lotta all’illegalità dai banchi di Confindustria. Nessuno le chiede del passato. Vero anche che le colpe dei padri non possono ricadere sui figli. Ma, se un domani un camorrista pentito si candidasse sindaco di un comune del Sud, non dovrà sembrarci troppo strano. «Per me i Coppola sono brave persone, vedete qui era tutta palude, arrivavano loro e tutto si aggiustava». Giovanni è uno di quegli italiani che affittano baracche agli africani per 200 euro a testa. Baracche dove poi si smontano macchine rubate e si tagliano le buste di droga. Alle spalle delle baracche, enormi scheletri di palazzi mai ultimati. Altro aborto, nascosto, dei Coppola. Un residence per 4.500 appartamenti. Una mostruosità. «Questo doveva essere un altro residence per gli stranieri, non i negri, gli inglesi. Come avrebbe aiutato la zona? Embè con il turismo, venivano qua e ci stavano i soldi».

Il mare dista due chilometri dal residence degli inglesi. La Domiziana sembra ripulita. Pochi rifiuti, moltissime macchine di carabinieri e polizia. Nessun extracomunitario che staziona sulla strada, qualche prostituta sparsa in giro, e un immenso mobilificio elegante e imperiale. Contraddizioni impossibili da risolvere. Sono tutti scappati a nascondersi sui due lati della Domiziana, quella profonda e nascosta. Tornano in mente le parole di Francesco Nuzzo, sindaco di Castel Volturno: «I Coppola li ha scelti lo Stato italiano, in maniera bipartisan, io non posso che prendere atto di questa decisione e cercare di trovare il bene comune di tutti. E poi che volete che faccia? Ogni giorno vengono da me tante persone che non possono comprare il latte, il pane, pagare le bollette, pagare gli affitti. Hanno bisogno di tutto, e la mia porta è sempre aperta». Qui si muore di fame, si vive di stenti, non si vede il futuro. A cosa servirà mai un porto per 1.200 barche?

Ecco il luogo della strage. Quanta amarezza, dolore e disperazione c’è prima di arrivare qui? Tanta, troppa. Prima di arrivare al sangue, si è già morti. Le macchine della rivolta, degli uccisi sono ancora fuori il negozio. I vetri a terra, segni dei proiettili. Una donna di colore guarda le foto e sembra pregare incredula e disperata. Campanelli di persone, televisioni come se fosse lo stadio di calcio. Sui fogli bianchi attaccati ai muri, vicino alle foto degli ammazzati, le preghiere coraniche. Perché Allah protegga il loro ritorno a casa. Cosa altro si può raccontare? Forse nulla. Si costruiscono incredibili teorie di un repulisti generale di neri per dare spazio all’abusivismo edilizio. Eppure la verità è così chiara, dimenticata, inequivocabile. Questa è la terra delle promesse, dell’accordo sottobanco, la terra dimenticata che prepotente torna alla ribalta solo quando ci scappa il morto in più. Poi torna il silenzio. La terra dove la parola responsabilità e impegno sono state cancellate dal vocabolario. Dove i pochi che lottano, senza sgomitare in tv o sui giornali, sono oggetto di quotidiana intimidazione. «Io non capisco una cosa. Hai visto come stanno vestiti tutti bene, occhiali da sole firmati, abiti firmati, macchine nuove. Poi si lamentano che non hanno documenti, carte sanitarie che gli manca tutto e come fanno a essere così gli africani di Castel Volturno?». Queste sono domande che provengono dalle macerie. E lì rimarranno.

left avvenimenti 3 ottobre 2008

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