il fatto

intervista di Beatrice Borromeo Fatto Quotidiano Intervista

L’EMIRO RASSICURA, MA COMINCIA LA FUGA

Dubai non è un paese, è – o era – una grande azienda finanziaria. Così considera l’emirato chi ci abita. E due giorni fa il mondo ha scoperto che la grande azienda sembra rimasta senza soldi. “Devono capire – dice Sergio Nazzaro, giornalista e autore del libro “Dubai confidential” (Eliot) – cosa vogliono fare da grandi: se puntare ancora sul settore immobiliare o se dar vita a un paese arabo illuminato che difende tutte le culture”. Già, perché Dubai è il caso unico di uno Stato mediorientale in cui di fianco a una chiesa si vede una moschea, dove arabi e occidentali lavorano insieme e tutte le culture si confrontano. Ma è anche un cantiere in continua costruzione che sfrutta gli immigrati indiani, pakistani e cingalesi (a cui viene sequestrato il passaporto) per diventare quello che è: la Las Vegas degli Emirati Arabi Uniti, una città nata sul deserto come un fungo dopo la pioggia, soprattutto nell’ultimo decennio, piena di alberghi extralusso e con una pista da sci, in centro, dove si sfiorano i 50 gradi. “Sono stato licenziato la scorsa settimana, ma me l’aspettavo”, racconta Christian, tedesco, 24 anni, che ha lavorato negli ultimi due anni per “Dubai World”, la società statale che controlla colossi del real estate. Giovedì la holding ha di fatto annunciato il default nel momento in  cui ha chiesto una proroga perché non è in grado di pagare i debiti in scadenza, e visto che è una società pubblica questo è stato interpretato dai mercati quasi come un’ammissione di insolvenza dello Stato. “Qui a Dubai la gente non è presa dal panico in stile Lehman Brothers – continua Christian – perché il primo colpo, finanziario e psicologico, l’abbiamo avuto già sei mesi fa, con la crisi mondiale e con l’esplosione della bolla immobiliare. Certo, i ristoranti sono un po’ più vuoti, i miei amici non pianificano più di venire a lavorare qui, e noi giovani siamo stati i primi a essere cacciati.
Ma se vai in discoteca fanno festa lo stesso e nessuno scende in strada a prendere a sassate le vetrine”. Oggi a Dubai, dove vivono 1,3 milioni di persone, solo il 10 per cento della popolazione è locale: ci sono indiani, iraniani che fuggono da Teheran, palestinesi che scappano da Gaza, libanesi. E poi gli expatriate europei e americani. Gli occidentali, spiega Christian, “hanno una casa dove tornare. E quindi sono più sacrificabili. Ma oggi, con questa crisi generale, io non saprei in che città andare per trovare lavoro”.
Sua altezza l’emiro Mohammed bin Rashid al-Maktoum, due mogli e 17 figli, alla guida del Dubai da tre anni, aveva reso il suo paese il nuovo centro della finanza internazionale, l’alternativa asiatica a Wall Street, con l’indice della Borsa locale che si chiama, appunto, Nasdaq. Banche, turismo, società di marketing, alberghi, telecomunicazioni, Web e ovviamente l’immobiliare, tutte con la sede nell’emirato, che è anche un paradiso fiscale (e che quindi ha una tassazione molto conveniente). Anche se al-Maktoum assicura a breve “un’azione decisa”, l’incanto dell’ex villaggio di pescatori di perle entrato in dieci anni nel Terzo millennio sembra essersi rotto. E pare improbabile che l’emirato possa
riconquistare la sua credibilità finanziaria a breve. “Il problema – commenta Nazzaro – non è finanziario, perché a due passi da Dubai c’è Abu Dhabi che, volendo, coi suoi fondi sovrani sistema il problema in un baleno. La vera questione è politica. Se Al-Maktoum vuole ancora trasformare il paese in una monarchia illuminata, l’intervento dei cugini di Abu Dhabi, molto più conservatori, potrebbe bloccare ogni spinta riformatrice”. Le Borse si sono riprese in fretta: alla notizia della crisi del Golfo, quando Wall Street era chiusa, le Borse europee hanno perso in media il 3 per cento, già ieri hanno chiuso in positivo. Resta l’attesa per vedere come reagirà la Borsa di Dubai, chiusa per le festività. Anche in Italia chi lavora con Dubai non si fa prendere dal panico. “Pa r l o quotidianamente con Dubai – racconta Cristina, che lavora per un’agenzia che organizza grandi meeting ed eventi sportivi – perché lì faremo la prossima convention, tra sei mesi. Ci saranno 1500 persone. I prezzi degli alberghi restano elevati e stiamo ancora verificando la disponibilità dei posti. Dubai è la sede perfetta per organizzare eventi importanti, perchè i servizi sono ottimi, le strutture perfette, ma, come spesso accade, può essere che siano loro a non rendersi conto del ciclone che li ha investiti, e forse presto non vorrà più andarci nessuno”. Insomma, negli emirati prevale la fiducia, come si evince anche dagli articoli pubblicati oggi da Khaleej Times, il maggior quotidiano di Dubai, che apre sulle rassicurazioni del governo che, in fondo, ha chiesto solamente di dilazionare di sei mesi un pagamento.