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intervista di Paolo Fantauzzi velino pdf

Quelle luci nascoste di Dubai, la Las Vegas d’Arabia

In un breve volgere d’anni, Dubai è diventata una delle città con il maggiore sviluppo urbanistico del mondo, al pari solo delle megalopoli cinesi. Un boom che ha fatto del settore immobiliare una sorta di moderna corsa all’oro, al punto da vedere la presenza, nei pochi chilometri quadrati del suo territorio cittadino, il 37 per cento delle gru di tutto il mondo. Una corsa maturata macinando record su record: la torre più alta del mondo, la Burj Dubai, coi suoi 820 metri, l’arcipelago formato da 300 isole artificiali, la metropolitana sopraelevata completamente automatizzata che sfreccia ad alta velocità fra i grattacieli della capitale. Poi, improvvisamente – ma non inaspettatamente – l’esplosione della bolla finanziaria che aveva nutrito quell’espansione all’apparenza incontrollata. Con un tempismo quasi a orologeria, l’altra faccia di quel mondo scintillante è oggi raccontata in “Dubai confidential di Sergio Nazzaro, che l’editore Elliot manda in libreria in questi giorni. Sfruttando l’esperienza maturata in cinque anni passati facendo la spola tra Roma e Dubai fino a tre volte al mese, in qualità di consulente di un gruppo immobiliare, Nazzaro esplora “l’afoso caldo di un sistema di faccendieri e puttane, di religioni e affari quasi irreale”, come lo definisce nel libro. Il risultato è un romanzo-reportage che racconta quello che l’aspetto funzionale, pulito, sicuro, cordiale e multietnico non racconta di sé al visitatore frettoloso.

“Fino al 2004 di Dubai non trovavi praticamente nessuna informazione – racconta l’autore al VELINO -: appena qualche riga su Wikipedia, mentre sulle guide turistiche era raccolta nello stesso volume con lo Yemen, per il semplice fatto di trovarsi a sud dell’Arabia Saudita. Oggi a disposizione ci sono molte più notizie, anche se molte abbiamo fatto finta di non vederle. Come per le lacrime di coccodrillo versate per lo schiavismo moderno: gli operai immigrati sono sempre stati in bella vista e che fossero sfruttati era sotto gli occhi di tutti. Quanto al crollo della controllata di Dubai World, abbiamo avuto la conferma dell’arroganza da parte degli arabi, che credevano di avere nel denaro la panacea di tutti i mali anziché cercare di prevenire i problemi che sarebbe potuti accadere. Questo – rimarca l’autore – dimostra che non esiste un terza via finanziaria dell’Islam fra gli Usa e la Cina, perché si è finalmente chiarito che le regole, quando sono opache, piacciono a tutti quanti. Al tempo stesso gli occidentali non dovrebbero ergersi a giudici, dal momento che le teste pensanti di Dubai sono tutte europee e americane e visto quello che è accaduto coi mutui subprime”.

Anche questa volta, il discapito è stato dei risparmiatori, che nessuna aveva preso in considerazione finché a lanciare l’allarme sono state le banche. Perché, sottolinea Nazzaro, quella di Dubai è anche la storia di un “tradimento”, quello verso investitori relativamente piccoli che “non avendo neppure i soldi per un box auto in patria compravano qui una casa al sole, puntando su un’isola liberale in cui c’era benessere e integrazione”. Solo a Dubai è possibile infatti vedere la St. Mary church, pensata per appena quattromila cattolici, ergersi accanto alla moschea, a poche centinaia di metri dalla chiesa protestante per i per marinai norvegesi e di fronte ai club di iraniani e sudanesi. Un incontro di civiltà unico in tutto il mondo arabo, nella speranza che non inizi a vacillare sotto i riflessi della crisi finanziaria. “Spesso si dimentica che quando si discute di contaminazione, ci si ritrova uniti attorno al biglietto verde. L’auspicio – conclude Nazzaro – è che questa crisi porti maggiori regole: continuo a non rassegnarmi all’idea che il denaro possa distruggere sempre anche i migliori esperimenti del mondo”.