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Flor: le opere di Luca Scornaienchi - Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore.

locandinaFLOR

FLOR: un viaggio nelle opere di Luca Scornaienchi
ISBN 88-88343-52-0, 15×21 cm., 48 pp., 40 ill. col., euro 5,00
FLOR, un viaggio nelle opere di Luca Scornaienchi, che ci proietta nell’immaginario di un artista che racconta le contraddizioni del nostro tempo. Un’opera collettiva di pittori e scrittori, contestatori del terzo millennio. Una chiave insolita, unica e straordinaria per leggere un artista, un tempo e un’epoca che deve ancora giungere.

L’intervista con Luca Scornaienchi presente in FLOR

A QUESTO PUNTO SIAMO ARRIVATI

In fondo siamo noi i registi dello spettacolo che si svolge nella nostra testa.  Ne scriviamo persino il copione. Allora tanto vale scriverne di positivi e dinamici e, pappa o prete, sullo schermo vedrai i film migliori”.
Iceberg Slim “Il pappa”

Mi colpiscono molto le presenze di rilievo che hai radunato intorno a questo tuo progetto. Da cosa nasce quest’esigenza?
“Volevo mettere insieme gente che progetta e produce sul serio, artisti veri come Marina Comandini, o disegnatori che hanno contribuito al fumetto italiano in tempi recenti, come Raffaele della Monica. M’interessava avere anche il punto di vista di Claudio Dionesalvi, perché nella mia arte ci sono elementi destabilizzanti, e Claudio è uno che ha pagato con il carcere la sua vitalità, la sua voglia di costruire una società diversa (arresti contro i no-global, nda). Poi c’è Raffaele De Falco, che negli anni ’80 ha speso tutto il suo tempo per mettere in circolazione il lavoro di tanti disegnatori che oggi sono diventati famosi (fondatore della rivista Trumoon che ha inaugurato la scuola salernitana, nda). Benedetta Caira è una scrittrice, oltre ad essere una giornalista molto seria, che mi conosce dalla notte dei tempi, nessuno meglio di lei poteva raccontare di quello che produco. L’idea che ha fatto da collante, oltre al mio lavoro, è stata quella di mettere insieme gente rodata. Artisti che conoscono cos’è l’arte, e dare a loro la parola per fare un vero confronto, anziché dare la parola ad un manipolo di critici rozzi e analfabeti. Pubblicare un libro fatto di dissertazioni su forma e materia equivale all’annichilimento, al torpore dei sensi messi definitivamente fuori gioco. Se fai un lavoro che per essere definito un capolavoro ha bisogno di un critico che parla una lingua sconosciuta per dare all’uditorio la strana sensazione, che ciò che ha davanti, pure se non l’ha capita è una cosa seria, è un fallimento, è un imbroglio. L’arte è una delle forme più affascinanti di comunicazione che possa esistere. E’ silenzio, riflessione, le parole disturbano. Altra cosa, come in questo caso, è svelare le ragioni di un gesto, raccontare il mondo dove nascono. Il fatto di metterli per iscritto è solo un espediente tecnico per divulgare dei pensieri e delle sensazioni. Non si scrive per affermare che le mie cose sono arte, se davvero d’arte si tratta, chi le guarda lo capisce da solo.”.

Il tuo sguardo artistico si volge dal Sud, dalla sua provincia. Credi che abbia un valore aggiunto la creazione lontana dalle grandi città, o sia una privazione, la distanza che separa la provincia dai centri di produzione veri e propri?
“Dipende da come vivi. Nelle città del Sud senti la voglia di rivalsa, senti l’eco di quello che arriva da fuori, è come vivere nella periferia di una grande città, con la differenza che dalle nostre parti, puoi vantare una cultura, una tradizione, puoi mettere in gioco la tua identità. E’ questo che crea la differenza. A questo punto uno si mette in gioco e cerca di fare la cosa giusta, quella che senti nell’animo in ogni momento della tua vita. Per me l’arte è un nodo alla gola che deve sciogliersi, è un bisogno, una necessità, come respirare, mangiare o fare l’amore. Ciò che conta è l’autenticità dei tuoi messaggi, devi credere in quello che dici. Se fingi la gente se n’accorge e allora il gioco non funziona più. Puoi vivere a Cosenza, a Parigi o a Berlino, rilevante è la capacita di comunicare. In ogni opera ci devi mettere dentro la tua anima, il tuo sangue, la tua vita, il resto viene da sé. Poi c’è il mercato, le gallerie, i critici, ma quello è un mondo che non appartiene all’arte, sono solo giochi di prestigio da quotare in borsa”.

Ha ancora un senso reale, che non è la gratificazione personale, la creazione artistica, e quali sono i punti salienti della tua creazione?
“Ciò che conta è la capacità di comunicare. Se riesci ad arrivare al cuore della gente, allora hai vinto. Se fai un’operazione concettuale del cazzo, come attaccare un chiodo al muro, è normale che nessuno perda il suo tempo per vedere le tue cose. E’ troppo facile sostenere che l’arte è per pochi eletti, oppure, che per colpa della televisione, la gente è diventata stupida. Non tutti gli artisti che falliscono sono dei geni, spesso sono solo delle grandi teste di cazzo. Il bello dell’arte è comunicare, è questo che gli dà un senso. Puoi dare il senso della bellezza, della vita o della morte, tutto ciò che ti pare, puoi farlo con un disegno, con il tuo corpo o con un pezzo di pietra, l’importante è trasmettere quello che hai dentro, altrimenti a cosa serve tanto lavoro? Se ho voglia di gratificarmi, mi guardo allo specchio! Nei miei lavori c’è la trasformazione di questo mondo, c’è la voglia di andare lontano, c’è l’amore e c’è la morte. Nell’ultima performance che ho fatto, dedicata a Carlo Giuliani (ucciso durante gli scontri del G8 a Genova nda), gli abitanti del quartiere hanno intasato i centralini dei giornali e quelli della questura, per sapere cosa fosse successo. Una signora è svenuta e un’altra ha vomitato di fronte al manichino che raffigurava Carlo Giuliani morto in mezzo alla strada. Non mi diverte l’orrore, mi fa paura. C’è l’ho dentro e devo buttarlo fuori altrimenti mi sento male. Sono contento, quando c’è una reazione, perchè la gente riflette e condivide un messaggio. Tutto qui”.

Una curiosità che occorre anche come orientamento: quale la musica, la lettura lo stimolo visivo che guida le tue creazioni artistiche?
“Parto dai film. C’è n’è uno che guardo spesso: Crash. Cronenberg credo sia un genio. La storia scritta da Ballard è l’iconografia perfetta dei nostri tempi. La fusione tra l’uomo e la macchina con tutte le derive e gli approdi che possono venirne fuori. Ci sono tanti registi che adoro, da Tarantino a Kusturica, ma come ti dicevo prima, ciò che importa è l’autenticità, la voglia di dire senza problemi, senza mediazioni, ma con una gran capacità di raccontare, come Bukowsky. La musica che ascolto è varia, dipende dagli umori del momento. Il migliore disco degli ultimi venti anni è The Fat Of The Land dei Prodigy. Adoro Bjork, e l’unica grande vera rockstar è Mick Jagger. Non ci sono film, libri o canzoni che mi hanno particolarmente ispirato. Però mi aiutano parecchio. Un suono, una parola o un’immagine serve a staccarti dal contesto mentale in cui sei relegato in quel momento. Fai un volo, piccolo, ma prima di ritornare a terra, ci sono miliardi d’idee e d’immagini che si ammucchiano nella tua testa. Quando ritorni lucido inizi ad elaborare, a fare i conti con la materia, con lo spazio, con il tuo corpo, sulle sue possibili mutazioni e magari viene fuori qualcosa di buono”.

A dispetto di una giovane età hai attraversato molte sensazioni artistiche: dalle installazioni al fumetto, dalle mostre alla pittura classica. Quali consideri essere tra tutte queste la tua esperienza più formativa?
“Tutte, perchè ognuna di queste continua a darmi qualcosa. Quando metto in circolazione un mio lavoro, voglio fare tutto da solo. Anche attaccare i manifesti al muro, per metterli nei punti giusti. Quindi tutte le esperienze fatte, dal giornalismo alla comunicazione pubblicitaria, dalle scenografie per i saggi di danza all’esperienza con i Mutoid mi ritornano utili. Tutto serve, perchè ti permette il controllo totale di ciò che fai. Se non conosci la tecnica, se non hai padronanza degli strumenti è impossibile che tu riesca a comunicare bene. E’ una vecchia storia, che alcuni hanno dimenticato, ma resta sempre valida”.

Quanta religiosità intesa come pulsione verso una comprensione altra dell’esistenza risiede tra le pieghe delle tue visioni, o questo è un discorso completamente assente, scevro anche del dubbio?
“Credo che c’è ne sia molta, intesa in questo modo. La ricerca d’altre dimensioni è presente in molte delle cose che ho fatto. I dischi volanti, i paesaggi lunari…ci sono dei momenti in cui il mondo che hai attorno ti sta stretto, allora hai voglia di fuggire. Viviamo in un mondo in cui ci sono guerre, c’è l’AIDS, le code ai semafori, il traffico, i fascisti al governo e pochi stronzi che vivono da Re mentre il resto dell’umanità ogni giorno si arrabatta per andare avanti. Quando il peso che porti diventa troppo, ti viene voglia di andare lontano, ognuno a modo suo: io ho i miei metodi”.

Cosa noti nell’attuale panorama artistico nazionale? C’è ancora la possibilità di un’espressione squisitamente artistica che non sia imprigionata nelle maglie di una retorica aristocratica dell’arte, e che disponga dei mezzi necessari per vivere di una propria vita?
“Gli agenti e i critici d’arte, somigliano ad agenti di borsa che cercano di barattare qualsiasi porcheria in cambio di soldi. Non gliene frega nulla di ciò che fai. Per loro vendere un quadro è come vendere un auto usata o una pelliccia: è la stessa cosa. Per me l’arte è comunicazione, è un pugno allo stomaco, è caos, è guerriglia urbana. L’arte è l’angoscia che mi porto dietro, è la paura della fine senza ritorno. Il sistema delle gallerie non c’entra un cazzo con tutto ciò, sono dei fottuti coglioni. Ecco cosa sono, impiegati di multinazionali che hanno voglia di fare soldi. Le riviste sono carta straccia che pubblicano di tutto se paghi, vedi Flash Art, Tema Celeste. L’arte vera è nel sottosuolo, nell’underground, negli scantinati, nei centri sociali”.

Miljenko Jergovic: “Accarezza dolcemente i tuoi libri straniero, e ricorda che sono polvere”. Cosa risponde l’artista a questo?
“Quando butti un colore su una tela non pensi a tutto questo. Lo fai perchè altrimenti stai male, non c’è nulla che possa darti pace, la creazione è una tregua con i conflitti della tua anima. Quando devi pisciare non te ne frega nulla di dove tu sia, puoi essere anche al Vaticano, quello che conta in quel momento per te è solo pisciare, trovare un bagno e togliere quello che hai in eccesso. Dopo ti senti bene e puoi riflettere su quanto sia perfetta la biologia del corpo umano, che grande meraviglia è il nostro corpo. Creare è lo stesso. Lo fai perchè lo devi fare, punto è basta. Come ci arrivi, molto spesso è un mistero anche per te che lo fai. Solo dopo, con il tempo che passa, sei in grado di valutare se la tua opera comunica  ancora qualcosa, se è universale o meno. Se funziona la porti in giro, altrimenti la butti o la regali a qualcuno che ti sta sui coglioni”.

Credi sinceramente che vi possa essere salvazione nell’arte, che realmente dall’affrontare i propri incubi si giunga ad un espressione personale della propria esistenza, che diventi dettaglio universale con una sua propria validità?
“Non credo nell’immortalità di ciò che faccio, ma tanto per citare il buon Matisse, spero soltanto che per quanto a lungo io vivrò, possa sempre morire giovane”.