Io per fortuna c’ho la camorra: estratto

Capitolo: gli eventi che seguono accadono tra le 01.00 e le 02.00

[pullquote]Mangio tutto ciò che è vivo, non certo quello che avvizzisce, e non me ne vergogno, perciò oggi piove miseria. (Alessandro Rak)[/pullquote]

La coca sale su per le narici del naso. È buona. È la regina delle droghe. Per davvero. Prendo respiro e mi adagio sulla sedia di legno a casa di Tonino. Spacciatore del quartiere Traiano. Non molto distante c’è una delle università di Napoli. Qualche strada più giù e molti mondi più in là. Il cuore batte forte, poi comincia a rallentare. Farsi di coca alle due di notte a casa di uno spacciatore. Cerco di schermarlo con la scusa che per scrivere devi conoscere, e se da una parte è vero, dall’altra è la parte buona della storia. I denti diventano freddi, la vista sembra acuminarsi, l’attenzione si fa adrenalinica e tutto scorre più velocemente ma lo si può controllare con molta calma. Qui la coca è buona, di prima qualità. Da Tonino ci vai se fai parte di quelli conosciuti. Mi giro e guardo l’Avvocato. Un amico di vecchia data, mente lucida, al soldo di chi di soldi ne ha tanti. È lui il mio Caronte vero nel comprendere i meccanismi altri della Camorra. Mi sorride, cinico, mi ha fatto tirare finalmente. Dopo molte opposizioni è riuscito nello scopo. Qualche ora prima eravamo nel suo studio. Al solito a parlare di Camorra, di chi comanda e di come lo fa. Quando l’umore gli gira bene, l’Avvocato mette da parte il suo essere stipendiato a ore e affresca il quadro della situazione reale: disperazione e impossibilità. Lo guardo negli occhi, uno dei tanti avvocati della terra del Sud, che se sono bravi annoverano tra i loro clienti i camorristi di un certo peso: i capoclan, i killer, gli estorsori. “Se sai lavorare e te ne prendi uno, poi ti segue tutto il clan. È semplice ma difficile convincerli. Quando stanno dentro non vogliono chiacchiere ma fatti: li devi far uscire. Ne fai uscire uno, il giorno dopo hai la fila fuori lo studio. Con i soldi contanti per pagare la parcella”.

La domanda più banale, ma impossibile da trattenersi la feci dopo i suoi primi processi importanti:

“Ma non hai paura di avere a che fare con questa gente?”

“Perché dovrei? Mi pagano, sono clienti, e i camorristi veri sono signori, pagano puntuali e non fanno storie. L’avvocato del camorrista lo devi trattare bene, noi siamo la loro possibilità di trovare un cavillo, un timbro mancante e il processo va a rotoli. Noi ci rileggiamo le carte fino a notte fonda per vedere di fargli risparmiare qualche anno dietro le sbarre. Vedi, quelli che stanno dentro per crimini seri, conoscono la legge almeno quanto un bravo avvocato. Ormai hanno passato così tanto tempo dentro e tra le carte processuali che conoscono tutti i minimi dettagli. Quindi sanno anche quanto possono chiedere a un avvocato, in termini di risultati. Se sei un boss riconosciuto di un clan, ma veramente credi che puoi uscire? Poi basta far fare alla legge italiana, che ci mette del suo, ed ecco il miracolo quando meno te lo aspetti. Però un bravo avvocato si prende il merito anche lì”.

[pullquote]Per comprendere la mappa della Camorra, talvolta basta sapere quale avvocato difende quale camorrista.[/pullquote] Quando il clan dei La Torre a Mondragone cominciò il suo declino, i grandi penalisti cominciarono a scaricarli. Per andare verso i Casalesi. Il concetto è semplice: un bravo avvocato costa, se il clan produce denaro, può permettersi i migliori sulla piazza. Se il clan non produce denaro sufficiente, è il declino anche nei tribunali, dove le loro pratiche passano di volta in volta ad avvocati meno capaci. Il denaro compra tutto, e questo lo sanno benissimo i camorristi. Un avvocato eccellente costa molto denaro, per difendere un intero clan ci vogliono centinaia di migliaia di euro. Quindi basta sapere chi si fa difendere da chi, e si può disegnare la mappa in movimento del potere camorristico. Nello studio dell’Avvocato ho una poltrona riservata, sempre pronta con il portacenere affianco. Tutto intorno codici di legge e fascicoli. Spezzoni di intercettazioni, capi di accusa, precedenti condanne, il racconto di un omicidio, lettere dal carcere: un intero mondo, il suo volto oscuro, tutto racchiuso in una piccola stanza. Alzo gli occhi dai fascicoli, impressionato. L’Avvocato mi guarda: “Sbagli a leggere quelle carte. Vedi, tu cerchi di capire chi ha ragione e chi ha torto, chi è dalla parte della giustizia e chi è contro la giustizia. Io non le leggo come te le carte, nessuno di noi lo fa. Le leggi per trovare quella chiave giusta per buttare giù il muro delle accuse”. Lo guardo ancora più allibito. “Come fai a far uscire questo qua che è indiziato di omicidio? Ha condanne pregresse, è affiliato a un clan”. “Primo, bisogna capire se ha sparato anche lui, secondo se non lo hanno costretto ad andare con gli altri del commando assassino per farlo incolpare, terzo se mai è stato veramente presente sul luogo dell’omicidio. Quarto se lo condannano, gli faccio sommare anche gli altri reati e puntiamo alla riduzione di un terzo della pena. Qualcosa si può sempre fare, grazie a Dio questo è uno Stato garantista e qualche soluzione esce sempre. E poi come fai a dire che è un camorrista, che ha sparato a qualcuno. Dopo il primo grado, c’è sempre il secondo e l’appello. Fintanto  che non si arriva alla fine, si è sempre innocenti”. Non so più chi guardare se l’amico o l’Avvocato. “Ma credi veramente in quello che stai dicendo?”. “Insisti a credere in qualcosa, la realtà è un’altra, e il sistema funziona così, questo è il mio lavoro. Ed è legale! Poi se si dimenticano una notifica o un timbro, facciamo sempre prima”. Questa storia dei timbri e delle notifiche mi inorridisce. In una nazione burocratica come la nostra, un tribunale, le sue procedure, sono un tributo a Kafka, è vero, ci vogliono firme e controfirme, basta che un cancelliere se ne dimentichi una, ed escono come uno sciame impazzito. Accade così spesso che ormai non è più nemmeno una questione di cui parlare. Mi guardo intorno, carte su carte su carte e ancora carte. “Un processo di quelli seri ha migliaia e migliaia di pagine, perciò non si finisce di lavorare mai, ed è anche per questo che la Camorra non finirà mai. La colpa non è degli avvocati, mica le abbiamo fatte noi le leggi!”. Continuo a leggere le carte, sembrano tante sceneggiature per il cinema, invece sono morti vere. L’assalto a un portavalori è migliore di qualsiasi libro d’azione che ho letto. Gli uomini, sette, preparano la trappola. Una macchina che si incendia su uno svincolo di provinciale vicino a Nola, per distrarre i carabinieri. Un mezzo pesante rubato la notte prima, per chiudere l’imbocco della provinciale alle macchine che seguono il portavalori. Altre tre macchine rubate per dare l’assalto. Quella davanti che inchioda improvvisamente per farsi tamponare, le altre due a chiudere i lati del furgone e poi la mattanza. Gli uomini che decidono di usare delle tute blu, come divisa di riconoscimento per non spararsi tra di loro. Una guardia giurata è morta nell’assalto. Il bottino, 700mila euro in contanti e puliti. Poi si è venuto a sapere che la guardia giurata prendeva uno stipendio di 950 euri almese.

[pullquote]“Vuoi leggerti una cosa divertente? Prendi questo fascicolo”.[/pullquote]

Prendo la cartellina verde, e apro all’altezza di un post it con note a matita. È la deposizione di un carabiniere, un maresciallo. L’accusato è uno spacciatore che ha ucciso un rivale del clan opposto. Bruciandolo nella macchina. La deposizione è una sequela di non ricordo. “La difesa non ha dovuto neanche contro interrogare, mentre al PM gli sono cadute le braccia. Ad averli processi così facili. No, non è come pensi tu, non è corrotto il carabiniere. Semplicemente lavora troppo. Ti spiego. Il fatto risale a 3 anni fa. Due settimane fa si è celebrato il processo. Il maresciallo doveva studiarsi le carte: una volta è la famiglia con i suoi problemi, una volta è la caserma che è sotto numero, e il maresciallo è arrivato completamente impreparato al processo. Sai quante cose si devono ricordare? Qui al Sud ne arrestano così tanti che è impossibile che si ricordino tutti i dettagli se non si rileggono i fascicoli, e mentre sono in tribunale a non ricordarsi le cose, vanno anche più sotto numero in caserma per quel giorno. Combattiamo la Camorra, combattiamo la criminalità, a parole sempre tutti. Perciò non mi metto a fare il giudice: primo guadagni poco, secondo è uno spreco di tempo. Di fronte ti troverai sempre una difesa pagata a peso d’oro con tantissimo tempo solo per fare quello: liberare il camorrista. Dall’altra parte hai tribunali che cadono a pezzi, non ci sono fotocopiatrici, gli archivi sono umidi, e bla bla. Che ne vuoi fare? Ti sembra ovvio, ma nessuno risolve l’ovvietà. E intanto ci saranno sempre più carabinieri che non riescono a ricordare, il senso del dovere si sta spostando a mantenere unita la famiglia, la casa, mica a lavorare anche la notte. Tanto il giorno dopo devono arrestare sempre gli stessi”. L’Avvocato continua a battere al computer mentre mi racconta l’andazzo generale. Nel suo tono di voce non c’è né indignazione, né offesa, né vuole fare del sensazionalismo. Tanto siamo io e lui, e capisco che è solo la quotidianità: come per un ferroviere il treno arriva sempre in ritardo, per un avvocato non c’è vera giustizia. Ci sono delle carte che da qualche parte hanno un inghippo e 5000 euri di parcella. Mi guardo intorno, i mobili di mogano, il cortile in marmo, la cantina dei vini, tutto questo ha un costo e un avvocato se lo deve pagare. Un albanese qua, un camorrista là, e ci esce anche il sistema di allarme. Tutto qua. “Andiamo”. “Dove?”. Non ho neanche il tempo di rendermene conto che siamo a tutta velocità sulla superstrada per Napoli. Non mi è mai piaciuta la guida del mio Avvocato, mai! Corre come un folle. Spero sempre di trovare una pattuglia che ci fermi, così impara la lezione. Mai una. Cioè qualche volta l’abbiamo incontrata ma alle spalle, a sirene spiegate. In quel momento l’Avvocato si concentrava di più, e accelerava ancora di più, se possibile, mentre le sirene impazzivano dietro. Si fa a gara, una pratica comune giù al Sud. Non dura molto, è vero, qualche minuto folle che sfiora i 200 all’ora. La logica ci sta tutta: non posso inchiodare a quella velocità per multarti. Ma almeno ci si può divertire, se la macchina è buona e tira. Quante volte ho visto sulla corsia di sorpasso arrivare a folle velocità due macchine. Quella degli sbirri che poi supera la prima senza colpo ferire. Non è un inseguimento. Un’altra gara a chi è più cazzuto. O imbecille. Il Sud non va lento, altra mistificazione. Tutti corrono con le macchine. I carabinieri, quelli che hanno quelle costose per non farsi rapinare, l’impiegato che ha sempre fretta di tornare a casa, il camionista che deve farsi turni di 12 ore, i furgoni perché più corri più consegne fai. E si ammazzano di brutto. Sotto un ponte di Frattamaggiore, una macchina va a fuoco. Nessuno che presta soccorso, tutti a svincolarsi in strade laterali per fuggire via a casa. Tra le fiamme, un braccio. La strada è intasata, l’ambulanza e vigili del fuoco non possono arrivare. Se non dal cielo o contromano sulla superstrada. Scelgono la seconda, e sembra l’apocalisse. Uno addosso all’altro. Il braccio intanto non si muove più, però è finita un’altra giornata di lavoro. Corriamo, siamo vicini alla tangenziale, al nostro fianco si distende Monteruscello. Il bradisismo a Pozzuoli, al solito come se non mancassero problemi. E hanno spostato un’intera cittadina in questa valle sorridente del Sud. Tanti blocchi di cemento grigio, perfetta replica di un blocco di case comuniste. Verdi colline e cemento. Poi si blatera tanto di comunismo. All’occorrenza la sua edilizia torna sempre utile, veloce, pratica. Non ci sono nomi di strade, si va per indicazione: vicino al bar di Gigi, 200 metri dallo svincolo con la tangenziale, dietro alla chiesa. Maledetti comunisti, hanno tolto l’anima a una cittadina. Entriamo in tangenziale di Napoli, un aborto di curve su curve, la velocità aumenta. La tangenziale è panoramica, e vedi sotto la città. Un mare di luci che si distende fino al mare, fino alle falde e più sopra ancora del Vesuvio, si distende a Sud, come se non dovesse mai finire. Non c’è interruzione, luci gialle, arancio, rosse, blu, un amalgama continuo che si perde a vista d’occhio. È bello, per davvero, affascinante. Solo che la mattina dopo, quando le luci si spengono, sono solo case, dovunque e comunque, fino alla fine del mondo. Fuorigrotta, l’uscita dello stadio S.Paolo, la nostra uscita. Di lì a poco entriamo nel rione Traiano. Non è Scampia, non è Secondigliano. Un semplice quartiere popolare, non troppo trafficato. L’Avvocato gira per le strade con mano sicura. Entriamo in alcune strade buie, dimesse. Divento teso. Se ne accorge: “Tranquillo che qua non succede nulla a nessuno, siamo amici di Tonino, basta che dici questo”. Entriamo in un vicolo, abbastanza buio, ordinato, povero ma con dignità. Case di tufo, molte senza intonaco. Parcheggiamo. In mezzo alla strada. Ci inoltriamo in un vialetto, di quelli che hanno qualche palo di ferro che limita l’entrata a macchine e motorini. Un giardino fatto di mattonelle, una rete metallica a fare da divisorio con la strada. La casa di Tonino. L’Avvocato bussa. È notte fonda. “Chi è?” “Sono io”. La porta si apre. Tonino, sui trenta anni, sguardo mite, barba incolta di qualche giorno. Lui controlla lo spaccio nel rione Traiano. L’Avvocato senza guardarmi “Questo è un amico, un frat’, non ci sta problema? Fa il giornalista”. Tonino mi allunga la mano “Sai quanti giornalisti avvocati guardie vengono qua, entra fai comodo”. Eccomi qua, dove si spaccia la cocaina, dove ci sono tutti i problemi del Sud, per questo non si trova lavoro e c’è l’immondizia dappertutto. Non credo. Ci accomodiamo intorno a un tavolo ordinato, con una tovaglia di plastica, qualche fiore sbiadito sopra. Intorno mobili semplici, che ricordano gli anni ottanta. I bicchieri di vetro quelli doppi, che anche se li lavi per bene sono sempre macchiati. Foto di santi e madonne appesi al muro, foto in bianco e nero dei morti, e un lumino rosso a prece perpetua. “Volete bere qualcosa?”. Tonino mette sul tavolo una bella busta di coca: bianca, pura. La sua è la migliore della zona. E a Napoli ci si droga seriamente, di buona qualità, se sai dove andare. La mano abituata prepara le strisce. Si tira, sulla tovaglia di plastica, tra morti e santi. Poi dicono che fa male la coca. Non ora, non adesso. Non pronuncio parola. “Avvocato come stai, dici agli amici tuoi che stanno fuori di troppi soldi. Tu lo sai, qua potete sempre venire senza problemi a credito, però cerchiamo di non esagerare, mica le devo andare a cercare a Mondragone?”. “Stanno risolvendo, nessun problema” “Avvocato, mi serve una mano”. Tonino mette sul tavolo un poco di carte, i suoi processi per spaccio. “Come faccio a uscire questa volta?”. L’Avvocato comincia a leggere le carte, lo sguardo è di quelli annoiati, lavora sempre. Tonino mi fissa. “È la prima volta, eh? Si vede, stai tranquillo: qua non vengono né polizia né carabinieri, e nessuna guerra di Scampia”. Tonino è un lontano parente di Ciruzzo O’ Milionario, il grande capo di Napoli Nord. “Il mio è un posto tranquillo, vieni, ti fai, compri e te ne vai. Tengo una famiglia da campare, sai quanti colleghi tuoi passano qua? Ma chi non si fa un tiro di coca, tranquillo, no? Che ti puoi mai fare. Non devi esagerare”. Guardo Tonino e penso alle pubblicità degli alcolici: sniffare con responsabilità. Mi sa che si può fare. “Basta che tiri roba buona, e la mia lo è. Questa viene da lontano. La gente si rovina di coca, perché gli fanno tirare il Dixan. Tira un altro poco. Vedi come è buona, niente mal di testa domani mattina. Questa arriva da lontano, ma ogni settimana. E la trovi sempre da me. Io non vado in mezzo alla strada, questa è la coca buona per la gente buona. Non voglio gente di merda fuori casa mia, ho una figlia piccola. Tutte persone perbene come l’Avvocato: pagano puntuali e sono amici”. I sensi si stanno cristallizzando, come mi sento bene a casa di questo spacciatore. Fisso lo sguardo sui santini dei morti. Tonino segue il mio sguardo. “Questo è papà mio, pace all’anima sua, faceva le sigarette”. Una vita a Napoli, ma nessun problema. È morto qui in questa casa che ha costruito lui. A me non succederà niente perché qui ci stanno ancora papà e mamà”. L’Avvocato mette sotto il naso di Tonino un punto delle sue carte. “Qua te ne puoi uscire, dici al tuo avvocato che…” Mi distraggo, fatto, tra anime dei morti e anime dei vivi, in un quartiere che sembra lontano da tutto. L’Avvocato guarda l’orologio, è tempo di andarsene. Paghiamo il dovuto. “Vuoi ancora il fumo?”. “No, possiamo a farne a meno”. “Eh no, ora lo andiamo a prendere, una canna ci sta sempre bene”. La macchina si infila di nuovo sulla tangenziale, direzione Capodimonte, dove sta il famoso museo. Ma scendendo si arriva al quartiere Sanità, che sta in basso, rispetto a Napoli, città di colline altissime. La nostra macchina si divincola di continuo, sempre a un millimetro da un altro parafango. Entriamo nella Sanità. “Ci metto un attimo, non muoverti dalla macchina, qui non stiamo a casa di Tonino”. Mi affaccio dal finestrino. Vedo il mondo dal basso. Una luce rossastra dipinge il cielo, come se fossimo all’inferno. Palazzi altissimi, fatiscenti ai lati. Sono al fondo, e da qui non puoi scavare oltre. Blade Runner partenopeo. Confini del mondo. Il cielo rossastro si muove per il vento della notte. I palazzi sembrano ondeggiare, chiudersi sopra di me, umidi, scivolosi, sanno di malattia. Scuri, brutti, silenziosi. La strada pare scendere sempre più verso il basso. Rimango a bocca aperta. Penso a Enzo, squadra emergenza dell’Enel. Mi ha raccontato spesso della Sanità. Di quando sono andati a riattaccare i quadri elettrici, li hanno minacciati con le armi. Non dovevano fare nulla. Per quella notte doveva starci il buio nel quartiere. Lasciarono mettere a posto il guasto solo dopo che era sorto il sole. Dalla Sanità non so proprio come si possa capire quando sorge il sole. L’Avvocato torna, si riparte, questa volta si torna a casa a Mondragone. In tangenziale, su un CD di Gigi D’Alessio, ci facciamo un’altra striscia. La radio a palla su una radio locale. Un cantante neomelodico canta di carcere e latitanza. Ridiamo. Questo significa immergersi nella cultura locale. In una curva della tangenziale vediamo una paletta che ci intima l’alt: c’è un incidente. Freniamo di botto, slittiamo sulla strada e ci fermiamo a un metro dalla paletta dello sbirro. Dietro di noi altre frenate violentissime. L’incidente è in curva, non ha messo segnali prima, e tutti qua fanno almeno i 140 all’ora. L’Avvocato appena sente la frenata, ingrana la prima e sgomma tra macchina della polizia e ambulanza che carica i feriti. Dietro di noi, una serie di boati di lamiere che si accartocciano. Notte al Sud, anche questa volta ce l’abbiamo fatta. La strada è libera. “Domani mi toccano due albanesi. 4000 euri in contanti però. Devo tirarli fuori. Una mezz’ora di lavoro per 4000 euri. L’Avvocato se la ride alla grande. Chi non lo conosce lo definisce arrogante e stronzo. Quella risata nasconde amarezza, ad ascoltarla bene. Gli albanesi. Ormai siamo una loro colonia al Sud, fanno come cazzo vogliono. Già il solito discorso della solidarietà, del garantismo. Chissà perché poi gli emigranti italiani devono seguirle le leggi dello Stato in cui vanno a faticare. Da noi non vige questa regola. E il Sud è bello come Valona. Sole e mare. Mi viene alla mente Claudio, sbirro d’ambasciata. Come promozione lo avevano mandato per il Ministero degli Esteri a ripulire i nostri consolati in Albania. Vi chiedete come mai ne arrivano sempre così tanti e così di continuo? Beh se lo chiedeva anche Claudio, fino al momento in cui non gli hanno puntato un kalashnikov sotto il naso. Aveva scritto una sorta di pamphlet sulle sue minacce, su quello che accadeva per davvero. Sono rimasti solo alcuni fogli scritti con word. Lo intervistai qualche anno fa.

Perché scrivere un libro-denuncia?

“Volevo, mettendo per iscritto questa mia esperienza, raggiungere un vasto pubblico. Far conoscere realmente quali sono gli scenari nascosti dietro la gestione dei nostri consolati in Albania. E farlo sentire soprattutto nelle sedi istituzionali interessate. Ma il problema sembra non essere mai il loro. Esiste sempre qualcosa all’origine che riporta il problema a qualcun altro, a qualche altro ufficio o istituzione. Un altro – che sia ufficio, sede, persona o cosa – totalmente etereo e inesistente”.

La classica situazione dello “scarica barile”?

“Assolutamente sì. La responsabilità è sempre di altri”.

Hai ricevuto minacce?

“Le minacce erano quotidiane. Nel libro sono anzi state mitigate. Nella realtà erano minacce continue e molto feroci”.

Ci puoi dire quante sono le nostre rappresentanze consolari in Albania?

“Fino a quando sono stato in servizio erano tre: Tirana, Scutari e Valona. La popolazione albanese, a quanto riportano i libri di geografia, dovrebbe essere di tre milioni di abitanti. Popolazione che risiede per la maggior parte all’estero. Penso che ci sono solo un mezzo milione di persone presenti sul territorio. O poco più. E ci sono tre consolati!”.

Perché questo numero così alto?

“Vorrei saperlo da voi”.

C’è una forte presenza di forze dell’ordine italiane a Valona, preposta a impedire gli imbarchi di clandestini. Allora perché gli sbarchi si susseguono regolarmente?

“Vorrei saperlo da voi”.

Qual è la funzione dei nostri militari?

“Soltanto avvisare l’Italia quando partono i motoscafi carichi di clandestini. Questo è il loro compito”.

Quanti sono i poliziotti preposti a questo compito?

“Fino al periodo del mio servizio erano 200”.

Duecento persone preposte soltanto a segnalare la partenza di un gommone o di un motoscafo?

“Esattamente. Di solito cinque minuti dopo la partenza dell’ultimo gommone si vede arrivare anche una pattuglia della polizia albanese. Ti ricordo che le partenze si organizzano dal centro di Valona”.

Qual era la reale prassi per un albanese, quando si presentava in consolato, per ottenere un visto d’ingresso per l’Italia?

“All’inizio si ricevevano soltanto cinquanta persone al giorno, per appuntamento. Poi per ordini superiori, che seguivano le direttive del governo centrale, il numero è salito a 250 persone al giorno, e si voleva raggiungere quota 300. Tutte persone che volevano un visto per l’Italia. E a cui normalmente lo si concedeva. Se la pratica veniva respinta allora cominciavano i problemi”.

Che tipo di problemi?

“Se una richiesta veniva respinta perché palesemente irregolare, cioè priva di tutti i requisiti richiesti, ci si rivolgeva a una serie di amici all’esterno del consolato che poi intercedevano presso i nostri superiori nel consolato. Questi superiori poi, pratica irregolare o meno, si adoperavano affinché fosse concesso il visto”.

I visti venivano comprati?

“Era una consuetudine far trovare soldi nel passaporto al momento della consegna negli uffici del consolato”.

Quanto era esteso il coinvolgimento degli addetti ai lavori?

“Certo non tutti erano coinvolti, ma molte erano le cosiddette falle nel sistema”.

Da quello che si legge nel libro, sono soprattutto i pregiudicati a volere un visto regolare.

“Sì, per avere un volto pulito. Non dovrebbe essere possibile neanche che lo chiedano. Ma lo ottengono”.

Così persone segnalate, per diversi precedenti penali, sia in Italia che presso i consolati, entrano con un regolare visto?

“Ci sono anche le leggi che lo consentivano e lo consentono ancora oggi mentre parliamo. C’è la possibilità di poter fare ricorso se il visto non viene rilasciato. E il nostro governo ha paura di questi ricorsi. Paura che non so spiegarmi da cosa fosse dettata. Si poteva far ricorso addirittura perché non era stato concesso un visto per turismo!”.

Rilasciare tutti questi visti non comportava dei problemi?

“Sì, ma la mentalità dei consolati è quella di farli venire in Italia e poi scaricare il problema su polizia e carabinieri. A loro tocca gestire la situazione sul territorio italiano”.

Ci sarebbe quindi la possibilità di poter controllare i flussi migratori e di impedire l’accesso ai pregiudicati?

“Sicuramente, basterebbe seguire le regole che ci sono. O almeno limitare i danni eliminando tutte quelle forze di polizia che stanno lì inutilmente a guardare loschi personaggi andare avanti e indietro dall’Italia. Se non si riesce a collaborare con il governo albanese, almeno cerchiamo di non spendere milioni di euro inutilmente”.

In questi giorni il governo ha promosso un’azione di prevenzione, espellendo numerosi clandestini, tra cui moltissimi albanesi. Operazioni di questo genere risolvono il problema?

“È un palliativo: si vende fumo, si vende la notizia. Io ho conosciuto persone che dopo sei, sette espulsioni continuano a venire in Italia”.

In un altro passaggio del tuo libro, si legge di come i poliziotti albanesi approfittino delle prostitute espulse dall’Italia.

Purtroppo sono notizie vere. Ho attinto queste informazioni direttamente da poliziotti albanesi. Mi dicevano di essere contenti delle espulsioni delle prostitute perché potevano approfittare di queste ragazze per giorni nelle loro caserme. Le rilasciavano soltanto quando volevano”.

Non credo sia cambiata una virgola. E Mondragone, come tanti altri comuni, è una succursale dell’Albania. Dai sedili posteriori della macchina prendo un altro fascicolo. L’Avvocato ha rallentato l’andatura, la notte copre la vergogna delle nostre terre, e per un attimo sembra tutto normale. Accendo la luce e leggo. Sono le lettere dal carcere: “Che dio bbendicca la sua famigglia e tutta la casa. Avvocato gentilisimo scrivo a voi per chiedere un aiuto a un innocende che sta per sbagglio al carcere”. Guardo la grafia ordinata. “Questo è dentro perché ha stuprato e ucciso due nigeriane. Che si fotta lui e le sue benedizioni. Mi hanno nominato d’ufficio, qualcosa mi devo inventare ora. Il camorrista sì, ma lo stupratore proprio no, non lo difendo. A costo di pagarci la penale. Quando sei d’ufficio lo devi fare a forza. Di lettere così ne ricevo tantissime. Quelle dei capoclan le distingui dal fatto che loro non ti scrivono, ti dicono tutto a voce e basta”. Siamo arrivati sotto casa mia, ancora una sigaretta. “Tieni, questa prendila tu”. Prendo la bustina con la magica polvere bianca. “Alla fine sono d’accordo con i camorristi, secondo me la Camorra non esiste. È un invenzione dei giornali. Non può essere altrimenti. Te lo dico io che lo vedo dai tribunali. Hanno ragione, ma quale Camorra, quali bombe, estorsioni, minacce e omicidi. Con questa storia della Camorra ci sotterrano. Nessuno investe, nessuno porta lavoro, le strade rimangono quelle di sempre, l’emigrazione pure. Probabilmente la Camorra fa comodo al governo di Roma. C’è un problema e quindi si fanno decisioni solo in stato d’emergenza. Come per l’immondizia. Nessuna procedura di gara d’appalto. Emergenza e quindi dai l’appalto a chi vuoi tu. E funziona così per quasi tutto. Dobbiamo fare una strada: emergenza e diamo l’appalto direttamente a una ditta. Emergenza, viviamo nella più bell’emergenza del mondo. Sereni e tranquilli, è un’emergenza. Tre o quattro con le pistole, li vuoi chiamare clan? Li chiami camorristi. No, non esiste la Camorra, la colpa è anche tua che ci scrivi sopra. Soltanto per fare una storia, per sputare nel paese dove vivi. Se ci pensi bene sei un poco ingrato. Sono il tuo Avvocato e te lo posso dire, ma che scrivi a fare di quello che spara a quello e corrompe a quel altro? Succede da tutte le parti. È come quando fanno il classico servizio dei fuochi d’artificio il primo gennaio di ogni anno: dalle altre parti si festeggia, a Napoli si muore. Ormai è così, chi perde la mano, chi perde il piede. Embè festeggiamo con i fucili, anche qui sotto casa tua trovi centinaia di bossoli ogni primo gennaio, è qual è il problema? Per questo abbiamo la Camorra? Pensaci bene, se tutto quello che dicono è vero sul Sud, tutto quello che dicono sulla Camorra e come affama il Sud, beh allora è meglio pensare che non esiste. Il pensiero contrario farebbe impazzire. Significa che ci hanno abbandonato da sempre. Già, i camorristi contro cui si punta il dito fanno il loro lavoro. Gli altri fanno gli assenteisti”.

Ho rivisto Tonino, lo spacciatore del rione Traiano, solo un’altra volta. Con il volto tumefatto, e un occhio quasi perso. Solo. Un incidente di motorino a Piazza Plebiscito. Lui, la moglie e la figlia piccola. La moglie e la piccola sono morte sul colpo. Lui sta cercando di sopravvivere. E continua il lavoro. Ci sono le spese del funerale da pagare. Non si può aspettare l’assicurazione. Quella fu una notte triste, abbracciammo Tonino facendogli le nostre condoglianze più sincere. Non c’era stata vendetta di clan, solo un incidente.