Certe volte viene voglia di Pol Pot. Ultimamente, anche più di qualche volta. Pomeriggio 5, Barbara D’Urso intervista (si fa per dire ovviamente) il fenomeno da baraccone napoletano Marco Marfè.

Il soggetto in questione è salito alla ribalta nazionale proprio per aver portato in nuovamente in auge i beceri luoghi comuni su Napoli e dintorni (quanto luoghi comuni orami è una domanda legittima): canta male, si esprime peggio, fa ridere come i pagliacci dei potenti, è sconclusionato e non comprende l’italiano. Fin qui nulla di strano.  Non è neanche strano che il suo nome d’arte sia Marco, quando all’anagrafe è Marco Marfè e ignora cosa siano i coreografi. La televisione ha bisogno di sangue e voilà il mostro è servito. Complice la rete che lo deride allegramente, il giovanotto crede di aver raggiunto le cime italiche della notorietà, avendo anche duettato con Malgioglio (ma lo paghiamo per davvero con i soldi pubblici del canone RAI?). Marfè, giovanotto del Sud che lavora per davvero, non tralascia, tra un concerto e l’altro, di continuare l’attività di famiglia: usura. O almeno queste sono le accuse che gli rivolgono i carabinieri che lo colgono con le mani nel sacco, anzi con i mano i libri mastri dei prestiti. Che sia innocente o colpevole lo deciderà la giustizia. Sbagliato! Ci pensa Barbara D’Urso con Pomeriggio 5. Invitata la nuova meteora inutile del nostro firmamento nazionale, tra un battuta e l’altra, il dovere di cronaca (sigh!) le impone di chiederle della vicenda che lo vede trattenuto in caserma. Il Marfè si sbraccia, dice che è un bravo ragazzo e che (poverino) lo hanno tenuto fino alla mattina alle cinque in caserma e che ha dovuto annullare un concerto. Così la D’Urso dopo aver espletato il suo dovere, afferma (guardarsi YouTube per verificare): allora siete innocenti tu e tuo padre. Sentenza emessa. Mentre i giornalisti seri temono di finire dentro per una parola sbagliata, da Mediaset ci becchiamo una punta di squallore immenso, divertente di sicuro, ma squallido. Ma non c’è nulla da ridere. Di usura si muore. L’usura è una delle attività preferite della camorra. Ma ormai siamo nel paese delle tarantelle, della ristata grassa e facile. Perciò, certe volte, ci vuole Pol Pot.