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Intervista con Camelia Entekhabifard - Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore.

13 febbraio 2002

camelia

Mentre gli Stati Uniti d’America minacciano una possibile estensione della guerra al terrorismo contro l’Iran e il governo riformista di Khatami, Clorofilla ha intervistato la giornalista iraniana Camelia Entekhabifard. Ex redattrice del giornale femminista Zan (ora vietato), è stata arrestata nel giugno del 1999 mentre indagava sulla prostituzione nella città di Qum. Rilasciata nell’ottobre dello stesso anno, si è trasferita a New York dove collabora con diverse testate giornalistiche.

Con Camelia Fard parliamo delle prospettive politiche dell’Iran e del difficile mestiere del giornalista che lotta contro la censura, a rischio anche della propria incolumità fisica.

Dove vivi e lavori attualmente?
“Attualmente vivo a New York e lavoro per il Village Voice, un settimanale che si occupa di cultura politica e di arte. Collaboro anche Mother Jones e EurasiaNet. Collaboro anche stabilmente con  Associated Press e Reuters”.

Cosa significa essere giornalisti in Iran e soprattutto essere una donna giornalista?
“Essere giornalisti in Iran significa svolgere una professione molto impegnativa che è una continua sfida con te stesso. Essere un buon giornalista e rimanere fedele ai tuoi ideali può essere abbastanza pericoloso sia per te che per il giornale per cui lavori. Questo non significa che ci sia una totale censura come in altri Paesi. Si può svolgere ancora bene il proprio lavoro, ma si cammina sempre su di una sottile linea tra la tua sicurezza personale e quella del giornale per cui lavori e la tua integrità morale di giornalista. Per una donna essere giornalista in Iran era molto difficile fino a prima dell’elezione di Khatami. Sia la cultura tradizionale sia l’educazione familiare hanno sempre costituito un ostacolo affinché una donna potesse lavorare in questo campo professionale. Per esempio molti genitori e mariti hanno sempre obiettato che le loro figlie o mogli lavorassero fino a tarda notte. Il cambiamento è avvenuto con l’elezione di Khatami,  tutta la società si è politicizzata e i giornali sono diventati il punto focale della riforma. Immediatamente i giornali hanno acquisito moltissimo prestigio e ora è un onore poter dire che lavori per la stampa riformista”.

Ci puoi parlare della censura nel mondo islamico?
“Non posso parlarti degli altri paesi islamici, ma solo dell’Iran. In merito all’Iran è una situazione abbastanza triste, per così dire. Sei sempre preoccupata di quanto e come taglieranno il tuo articolo. Questo ti fa avvertire un dolore forte e profondo dentro di te. Naturalmente tante volte non c’è nessuna scelta, perché  tutto il giornale può essere chiuso per un solo articolo. Questo significa che per una parola sbagliata o per un reportage scomodo, o soltanto perché hai accennato a qualcosa che non dovevi assolutamente notare, puoi fare ritrovare 100, 150 persone licenziate in tronco. Dove lavoro attualmente, al Village Voice, non hanno assolutamente  idea di cosa significhi questo. Ma il problema non è il governo o i conservatori. La cultura stessa porta alla censura. Ed anche  moltissima gente rende possibile questa censura, quando si pone in maniera errata verso quegli argomenti ad alto rischio, così impari a non urtare la loro sensibilità o, se tratti comunque un argomento scottante per la gente, lo devi fare con moltissima attenzione e trattare con delicatezza argomenti importanti”.

Che segno hanno lasciato i 76 giorni di prigionia che hai dovuto subire?
“E’ stato un momento che ha cambiato tutta la mia vita e la mia carriera. Mi ha costretto a vivere e lavorare all’estero Mi ha costretto soprattutto a lasciarmi alle spalle la mia famiglia e i miei colleghi e tante altre cose che amo. Ora lavoro in un ambiente internazionale ed è anche una sfida. L’esperienza di interrogatori e di segregazione che ho dovuto subire è stata molto difficile, ma mi ha reso molto forte. E di tutto questo devo ringraziare il ministero dei servizi segreti iraniano”.

Ci puoi parlare di Qum?
“E’ una città molto particolare. Da lì è cominciata la rivoluzione. La prima cosa che noti è il deserto che la circonda. Ci sono cose che rendono questa città unica in confronto ad altre, ma bisogna essere un seminarista che studia per diventare mullah per conoscerla veramente a fondo”.

Pensi che ci possa essere un futuro di normalità per le donne in Afghanistan?
“Da quello che ho visto nel nuovo Afghanistan c’è la possibilità di sperare per un futuro diverso per le donne. E’ una nazione che ha sofferto estremamente per il fanatismo e l’estremismo religioso ed ora è giunto il momento che sia una società aperta e tollerante. Non è inconcepibile che la società afgana stia facendo una transizione da una società della pietra a una moderna rapidamente, in un solo passo”.

Che sensazioni ti ha dato l’11 settembre?
“Mi ha toccato direttamente e intensamente. Ero a New York quando è successo, e ho visto i palazzi in fiamme, mi ha colpito duramente anche se non conoscevo direttamente nessuna delle vittime. Non potevo smettere di piangere guardando quelle immagini. Ho visto la guerra, ho visto con i miei occhi gli effetti degli attacchi aerei e missilistici. Ma non ho mai visto morire così tanti innocenti tutti in una volta sola”.

Cosa pensi della guerra al terrorismo?
“Sono una giornalista e non posso prendere posizioni, ma come essere umano spero che possa essere  risolto questo problema senza che vengano coinvolti dei civili innocenti”.

Proseguirà il cammino dei riformisti in Iran?
“Il tempo è a favore della riforma. Certo, basta un passo falso per cancellare tutti questi cambiamenti e gli sforzi sostenuti, l’Iran è costretta in una situazione molto difficile ora, ma io sono molto ottimista”.

C’è una possibilità che riapra il giornale Zan?
“Ho cominciato la mia carriera in questo giornale e ho ricordi meravigliosi di quei giorni. Faeze Hashemi, l’editore, è una persona squisita e un caro amico, ma so bene che non riaprirà mai più”.