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intervista e recensione

di Alessandro Chetta

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Intervista

 

 

 

Esce «Io, per fortuna c’ho la camorra» Nazzaro, la cronaca diventa scrittura rap: «Ma la camorra non è un genere letterario» Il giovane autore: «Io vado sul campo: parlo con la gente. Presa diretta del reale. L’unica realtà è la dignità delle persone del Sud»

NAPOLI – Sergio Nazzaro ha scritto «Io, per fortuna c’ho la camorra» (Fazi editore). Storie che sembrano avere una cadenza rap con «metriche» incazzate nere. Racconti di ordinaria malavita, il male del Sud che detta le regole del vivere. Camorra «24 ore su 24». Spaccati dall’hinterland Casertano e Napoletano, no man’s land, su cui scende qua e là anche una compassionevole ironia (vedi lo schiattamorti che porta all’obitorio i morti ammazzati nella guerra di camorra anni Ottanta e si «vanta» di averli raccolti tutti lui). Cartoline dalla terra di «Gomorra». Conosciamo l’autore.

Chi sei (è vero che hai natali svizzeri)? Da quanto tempo scrivi?

«Sì, sono nato in Svizzera, perchè sono figlio di emigranti che poi sono tornati nella loro terra d’orgine. Ieri come oggi per mangiare devi lasciare il Sud. Ma l’emigrazione non è un discorso che interessa a qualcuno. Scrivo da molto tempo, cercando di narrare ciò che vivo e narrare la terra a cui mi sento profondamente legato»

Una curiosità: ma è vera la storia di Sessa Aurunca e degli spinelli «proibiti»?

«Si è vera. L’ipocrisia borghese, l’ipocrisia dello Stato in merito alla questione delle droghe leggere, molti anni fa, per diversi giorni ha fatto sì che la violenza si abbattesse su dei ragazzi inermi. Certo fu la camorra a picchiare, come è anche vero che i deputati perbenisti tutti valori, chiesa e famiglia li ritrovi a fare festini a base di coca con ragazze squillo. Poi se la squillo ti va in overdose, basta tirarsi dietro le spalle la porta. La soluzione alla maggior parte dei problemi».

Se quella e le altre storie sono vere vai dritto ad incanalarti filone «no fiction»?

«Non mi interessano le categorie della scrittura. Non credo di avere le qualità per definirmi tale e quindi indicizzare il mio scrivere. Ho letto molto per non sapere chi sono i veri scrittori. Io vado sul campo: parlo e vivo con la gente. Presa diretta del reale. L’unica realtà è la dignità delle persone del Sud».

Quale molla ti ha (so)spinto a scrivere un libro sulle tue esperienze in terra di camorra?

«Se vivi, se osservi, soffri, puoi rimanere in silenzio? Il merito vero è di Massimiliano Governi, uno dei migliori editor italiani che ha scovato i miei articoli e mi chiesto di scrivere un libro. Ha fatto sua la realtà del Sud, e ha reso i miei appunti sparsi un libro».

La «tesi» “per fortuna c’ho la camorra” è la stessa messa in luce da Francesco Merlo (e da parecchi altri in verità)? Il fatto cioè che la malavita soprattutto extracomunitaria che affligge il Nord, qui se ne deve stare buonaperchè il territorio è monopolizzato dai clan.

«In certi frangenti della nostra vita nazionale, veramente ti viene da sospirare “Io per fortuna c’ho la Camorra”. Almeno ci mettono la faccia, agiscono secondo il loro schema. Dopo la lettura di un libro come “La Casta” ti viene da sospirare “Io per fortuna c’ho la Camorra”».

Pur frammentato in racconti brevi, il libro appare convincente, personale, anche nell’impianto a scorrimento per immagini. Però lo sai che ti metteranno in croce come il primo clone di Saviano?

«La Camorra e il Sud non sono un genere letterario. Scrivo da molto tempo, le date dei miei articoli parlano da sole. Ma soprattutto ci sono moltissimi giornalisti che hanno scritto e scrivono di ciò che è il Sud e di ciò che accade al Sud. Una donna coraggiosa su tutte è Rosaria Capacchione. Non credo che esitano gare a chi è più bravo. In zona di guerra cerchi di aiutarti, di scambiarti informazioni per comprendere meglio. Per difenderti a vicenda. Roberto Saviano ha sensibilizzato con grande coraggio. Ha sollevato il coperchio. È importante sapere che non ci sono cloni, ma persone che sentono dentro di sè la necessità di raccontare perchè non possono tacere. Non sono pochi. Questo forse spaventa: milioni al Sud sanno e conoscono».

Nella dedica in copertina Roberto scrive «ne abbiamo vista qualcuna insieme». Da quanto tempo lo conosci?

«Conosco Roberto da molti anni, ci siamo scambiati idee e opinioni. Stimo il suo impegno e la sua scrittura».