Io, per fortuna c’ho la camorra: Cuntrastamu

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recensione di Enrico Natoli

Sergio Nazzaro è una di quelle persone che potrebbe finalmente incrociare le braccia e dire “ecco, con questo libro io ho dato, questo è il mio contributo. Adesso lasciatemi in pace”. Eppure nel nostro paese sono sempre i soliti a doversi esporre. Persone che una società civile dovrebbe proteggere, accudire, tenere in massima considerazione.

E invece finiscono a doversi guardare le spalle perché pubblicare un libro su cosa succede nel nostro paese può esporre a rischi fuori dall’ordinario. Assurdità di una società democratica nel ventunesimo secolo. Non riesco ad esprimere una valutazione asettica del libro “Io, per fortuna c’ho la camorra”: Sergio è stato uno dei primi collaboratori di Cuntrastamu, ha sempre creduto nella validità del nostro progetto e ci sta accanto come noi vorremmo riuscire a stare accanto a lui: senza risparmiare critiche ma con la consapevolezza che ci si fidi gli uni degli altri perché stiamo andando nella stessa direzione.
La direzione sarebbe quella di riuscire a vedere un giorno dei territori liberi.
Vedere delle persone che possano uscire per strada e non doversi preoccupare di finire sparate; delle bambine di quindici anni che possano avere quindici anni, e quindi studiare, avere le amiche del cuore, i primi amori. E non: avere quarant’anni nel corpo di una quindicenne e finire bruciate nella fabbrica abusiva di materassi che prende fuoco.
Dei sindacalisti che possano vedere riconosciute le denunce che hanno fatto esponendosi in prima persona, mentre oggi finiscono uccise e dimenticate, se non fosse per le poche persone come Sergio che vanno in cerca di storie da raccontare, di persone da tenere a mente e ricordare per sempre.

Il libro si inserisce nella fiorente produzione sulla camorra degli ultimi due anni. Mentre altri libri – quello di Saviano, tanto per non fare nomi – sono finiti col diventare casi editoriali più che libri di riferimento per chi voglia capire cosa succede, “Io, per fortuna c’ho la camorra” non dà l’impressione di voler diventare il best-seller del decennio e mi scusino sia lui che la casa editrice se l’impressione è sbagliata. Non ha – a partire dal titolo – l’impronta epica, probabilmente nessun commentatore più o meno autorevole scriverà di Nazzaro che “è nato uno scrittore”, come nel caso di Saviano.
La differenza – il valore aggiunto e insostituibile dal mio modestissimo punto di vista – è che questo libro sa di terra: perché il punto di vista di chi scrive non è quello di uno studioso seduto al tavolo, ma quello di chi ha una profonda conoscenza del territorio. Qualcosa di tristemente e inesorabilmente concreto. Il pericolo di vivere in una terra dove “24 ore al giorno, 24 ore di camorra. Ogni ora, ogni giorno”. E dove piombano gli inviati dei grandi mezzi di comunicazione di massa e si permettono di usare nelle loro cronache la parola “emergenza”, perché non hanno il coraggio di guardare negli occhi quella che è una realtà quotidiana.

Quotidiana e quindi, per paradosso, “normale”. Altro che emergenza. Se così fosse per davvero, qualcuno si sarebbe mosso sul serio per aggiustare le cose. E sto per parlare dello Stato con la s maiuscola, delle istituzioni. Il solito vecchio discorso. Il libro di Sergio, su questo argomento, offre un inedito punto di vista che forse è quello che mi è rimasto più impresso. Non è assenza dello Stato quella che si vive dove comanda la camorra. E’ in qualche modo Stato: che funziona male, malissimo, che non riesce a soddisfare i bisogni primari dei cittadini, dal lavoro, alla salute, ai diritti elementari come l’istruzione e la sicurezza.

E’ il nodo della questione.

Sergio lo racconta scansionando i racconti nell’arco di ventiquattro ore. Così, mentre lo Stato viene rappresentato da politici che nascono in luoghi di camorra e non ne parlano mai, e i cronisti famosi passano qui tre giorni all’anno e parlano di emergenza, Nazzaro entra nei “pronto soccorso” dove arriva il boss già praticamente morto e al medico di turno viene intimato di mantenerlo in vita. Entra nella vita di persone anonime, normali, che hanno avuto in qualche modo a che fare con i clan della camorra perché in certi luoghi non c’é altra via. Entra nella vita di una donna che finisce ammazzata per una vincita al Bingo o di un ragazzo che trova un lavoro stagionale e finisce col fare un favore a un boss dando fuoco a uno stabilimento balneare. E fa di tutti noi – compresi quelli che come me abitano altri luoghi – dei corresponsabili.

Non perché ci rifiutiamo di andare a fare gli eroi. Sarebbe troppo. Ma perché diventiamo corresponsabili di quel crimine perpetrato su un territorio che è la presenza della camorra finché non decidiamo che è anche problema nostro.

Ecco, l’importanza di libri come questo risiedono nella chiamata al sentirsi parte in causa di una realtà che lascia sul terreno morti e feriti senza distinzione di sesso, razza o età; che crea ingiustizie sociali odiose e irrecuperabili, che avvelena l’ambiente e distrugge ogni velleità di lavoro onesto, che zittisce qualsiasi forma di opposizione e avvilisce ogni tentativo di riscatto.

E’ un libro, quello di Sergio Nazzaro, che dovrebbe trovar posto sul tavolo (non sullo scaffale di una libreria!) di ogni amministratore locale, di ogni giornalista, di ogni responsabile delle istituzioni. Come promemoria di uno scempio che esiste ogni giorno, tutti i giorni dell’anno. E come incitamento a non chiudere gli occhi mai più.