Le recensioni del primo album solista di Luchè “L1”, dopo l’esperienza Co’ Sang, la lasciamo ai critici. Il duo napoletano ha sempre avuto una forte espressione personale e culturale. Posizioni chiare politicamente, ove politico sta per una netta presa di coscienza del sociale che ci circonda. L’intervista che segue con Luchè è una discussione che ha quasi come pretesto la musica, ma che cerca di andare oltre, questo perché lo stesso Luchè è più di un rapper, più di un guerriero delle periferie napoletane, Luchè è ormai un punto di riferimento culturale con cui fare i conti.

Disco nuovo, stile nuovo per una città Napoli e una nazione nuova, oppure stile nuovo per un vecchio, anche musicale, inamovibile?
Sì, stile nuovo per il mio primo disco. Scelta dettata da una positiva voglia di crescere e dal continuo mettersi in gioco per affrontare e speriamo vincere le sfide della vita. Credo che in dialetto abbia fatto molto, forse si era arrivati al picco. Non mi piace essere ripetitivo e marciare su quel che di buono ho fatto. Voglio sempre cambiare e mi riesce facile visto che la mia musica varia in base alla mia vita che fortunatamente non è quella di un tempo.
Il cambiamento, l’esplorazione di ulteriori punti di vista perché sono visti come tradimenti delle radici?
Perché la gente ha paura del cambiamento. La gente vorrebbe vivere la stessa giornata ogni giorno, senza rischiare e magari continuare a prendersi per i culo pensando che tutto vada bene o secondo i programmi. I programmi non esistono, l’ho constatato sulla mia pelle. So che prima o poi tutto questo finirà quindi me la gioco senza paure, accettando critiche e insulti ma anche ricevendo tanto amore. Voglio vedere dove riuscirò ad arrivare, senza guardare quello che ho già fatto che ormai è passato. Forse, se un giorno avrò ragione io, la mia lezione sarà impartita. Non credo che cambiare sia tradire le radici se si è sempre rispettosi del passato e veri con se stessi.
Riprendendo il concetto di radici, cosa sono per te le radici e l’appartenenza a Napoli?
Non mi piace il concetto di radici nel senso opprimente della parola, ovvero una cosa che ti ha formato e che dovrebbe per forza ancorarti al passato. Le mie radici sono qui, a Napoli, ma non vuol dire che non possa mettere radici altrove. Non vuol dire che non possa innamorarmi di un altro luogo che mi da più emozioni, dove mi sento me stesso, dove la gente è più aperta e dove io possa trovare più possibilità di essere felice. La mia appartenenza a Napoli è la mia mentalità. Questa la devo al modo in cui sono cresciuto, le mie esperienze e tutto quello che vivere qui mi ha insegnato. Sarò per sempre un Napoletano, ma un Napoletano e non il Napoletano. Non so se rendo l’idea.
Sono il figlio di un comunista povero e odio i ricchi comunisti: una vera e propria dichiarazione d’intenti.
Sì, non sopporto chi nel 2012 fa finta di credere ancora a degli ideali e poi pecca sul piano umano. Chi sfrutta una bandiera e poi è più commerciante di un salumiere quando si parla di soldi. Chi porta rancore per una tua offesa ma non chiede scusa per quello che ti ha fatto per provocare l’offesa. Insomma non sopporto gli ipocriti e la falsità. Non sopporto la politica nel rap. Che sia ben chiaro io non credo nella politica, non sono di nessun partito, so solo che mio padre è di sinistra e che i soldi sono molto importanti.
Che cosa ti ha colpito maggiormente nei mutamenti sociali in atto a Napoli e più in generale all’interno della società italiana?
Sicuramente la perdita di passione. Non ci si dedica più la vita ad un qualcosa. Prima c’era la musica e lo sport almeno, adesso sembra che tutto sia in calo. Di arte e cultura non mi va neanche di parlarne. Si corre il rischio di essere banali lo so, però la verità è che siamo un popolo abbastanza inutile. Chi vale qualcosa va via, chi resta si lamenta perché vorrebbe una chance per diventare famoso. Come se gli fosse dovuto. Credo che sia una politica di pressione psicologica che qualche potere superiore indirettamente inculca nelle menti dei giovani come a dire “non hai scelta”, “non hai chance”, “questa è la vita”, la felicità è un’utopia e tu non puoi ambire a niente di diverso da quello che già hai, quindi accontentati di fare shopping e una lampada.
Leggendo i primi commenti in rete ai nuovi pezzi, si evince una stima nei tuoi confronti (oltre i detrattori che non mancano mai, ma sono in minoranza) che sembra scavalcare la sola figura del rapper, una stima in qualità di riferimento culturale ed umano.
Mi fa molto piacere che ti sia saltato agli occhi questa cosa. Le critiche non mancano mai e sinceramente ne vorrei ancora di più, sarebbe un segno di crescita. Ricevo con piacere sia i complimenti che le critiche, l’importante è non essere ignorati. Molte persone mi vedono come un riferimento, questo perché ho messo la mia vita nelle canzoni, ovvero parlo delle mie esperienze, delle mie sconfitte e vittorie. E’ come guardare un film, seguire la mia vita passo per passo attraverso le canzoni, e molte persone fortunatamente si riconoscono in quello che dico e spesso trovano una risposta alle loro domande.
Di sicuro i riferimenti cambiano, non possono essere sempre gli stessi per tutta la vita, alcuni rimangono a lungo se il percorso dell’artista e del fan è parallelo.
Permettimi un solo salto indietro nel tempo: recentemente Matteo Garrone si è risentito delle dichiarazioni di un pentito che ha parlato del pagamento di un pizzo per girare il film Gomorra. I Co’ Sang nel pezzo “Un momento di onestà” ne avevano già parlato, che impressione ti suscita la situazione?
Guarda mi sembra una cosa del tutto normale e prevedibile. Solo quello che non si fa non si sa. Con questo non voglio assolutamente fare una dichiarazione a favore o contro qualcuno, posso solo dire che me l’aspettavo. Poi in futuro vedremo se è vero o no.
Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi con il tuo disco L1 e quali credi che saranno le difficoltà che può incontrare nel mercato italiano?
Il mio obiettivo primario è quello di dare buona musica a tutti coloro che mi seguono da tempo e che aspettavano con ansia musica nuova. Poi voglio ingrandire la mia fanbase e prendere tutta quella fascia di utenza a cui non arrivavo per la barriera del dialetto. So che non sarà possibile con un solo disco ma sarò paziente e lavorerò duro per raggiungere il mio obiettivo. Le difficoltà saranno tantissime, in primis lo scetticismo che si prova nei miei confronti, tanti credono che da solo non valga niente. Poi bisogna combattere duro per imporsi nelle radio e tv, considerando che non ho la spinta di una major. Però credo che la buona musica parli da sola e quindi sono abbastanza fiducioso”.
Quali sensazioni, riflessioni ti auguri di suscitare con il tuo disco?
Mi auguro di suscitare sensazioni ed emozioni in generale, nessuna in particolare. Certe cose sono soggettive, come detto prima l’importante è non essere ignorati. Io parlo di me, scrivo di quello che vivo, ognuno lo interpreta a modo suo e lo fa proprio. Di sicuro una cosa che ci tengo a comunicare è che la tenacia sta alla base di tutto, le ambizioni sono il motore della vita, il credere in qualcosa la benzina.
Mi consigli cosa ascoltare oltre il tuo disco?
Umm c’è tanta roba che mi piace… in primis Lykke Li, un’artista nord europea davvero straordinaria, poi restando nel mondo del rap ti consiglio tutta la discografia di Kanye West, Jayz e Drake.