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La musica del mare. Intervista a Roberto Soldatini

La musica del mare. Intervista a Roberto Soldatini

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La musica del mare. Intervista a Roberto Soldatini

Roberto Soldatini è un direttore d’orchestra. Ha venduto casa e ha trasferito la residenza su una barca. Denecia II, un Moody 44 che ha il suo ormeggio a Napoli, Borgo Marinari. Probabilmente la prima persona ad avere la residenza su una barca in Italia.

Una storia semplice, lineare di quelle che tutti sogniamo ad occhi aperti, ma poi rimane soltanto un desiderio. Una storia che diventa un libro, edito da Nutrimenti per la sua eccellente collana Mare, un libro che diventa passaparola.

Sicuramente ciò che colpisce la fantasia del lettore è l’immagine di un direttore d’orchestra, del suo violoncello che vanno per mare, in solitaria. Non un lupo di mare, un esperto navigatore, un uomo predestinato al mare, ma il mare come scelta di vita. Una vita divisa tra insegnamento, concerti e salsedine. Il testo di Soldatini è un cammino alla scoperta del mare nostrum, del Mediterraneo. Ma non è solo vela, vuoi per l’impronta umanista, vuoi per il suo essere insegnante, il libro è innanzitutto condivisione e apprendimento.

Una riflessione dai toni pacati, ma dalle forti decisioni esistenziali. Da una parte Soldatini descrive i suoi primi passi nel mare, nella navigazione in solitaria e il fascino del testo che imprime nel lettore è la sua vicinanza, il suo rendere un mondo tanto agognato alla portata di tutti, con ironia, con le sue difficoltà e gli errori dei primi passi. Una partitura su cui prendono forme le prime sequenze musicali.

Colpisce l’atteggiamento allievo maestro nella lettura, ma non il maestro che dispensa un suo sapere, ma maestro classico che ritorna ad essere allievo con lo studente per muovere insieme i passi nella conoscenza. Tra i tanti testi che raccontano il mare, “la musica del mare” è uno dei rari che ne fa sentire l’odore vero del mare stesso.

Ma c’è l’ulteriore lettura: quella della vita di un uomo, delle sue decisioni. Una riflessione sui rapporti familiari, umani, affettivi. Molte volte nel romanzo italiano si cerca una sincerità artefatta, per arrivare ad impressionare il lettore. Soldatini non costruisce, narra di se stesso. Ed ecco che d’improvviso tra le pagine si ascolta il silenzio. Come quando in mare cala di colpo il vento. Il rapporto con il padre, il definire la propria solitudine, le concatenazioni che l’hanno resa tale e di poi le innumerevoli riflessioni e scritture sul significato dell’amicizia. Un testo che si legge velocemente che incanta con i suoi paesaggi, ma letto con attenzione merita il rispetto dovuto a coloro che con pudore, senza artifici, pongono la propria vita in parole, anche nei sentimenti più personali.

Il libro di Soldatini è anche un libro “politico” nel senso più antico. Riflettere la propria società, la propria cultura, dal mare, da un punto di vista altro. Non è più soltanto una mera critica alla devastazione delle nostre coste, del come si è organizzato il vivere il mare per noi che siamo stati popolo di navigatori, ma una voce che con il suo tono lieve si erge dura e forte contro il male che infliggiamo al nostro territorio. Proprio la trasparente lucidità e serenità di giudizio del direttore d’orchestra che combina più elementi, permette a Soldatini di creare un affresco della società italiana contemporanea. Non è spirito critico a priori, ma l’onestà propria dell’intellettuale che libero da condizionamenti e inchini, solca il quotidiano mare della nostra società. Un testo importante quello di Roberto Soldatini. Non è una curiosità, un eccezione, una sorpresa interessante su uno scaffale in libreria. E’ un piccolo libro necessario a chi resiste a sognare ad occhi aperti.

Come è nata l’idea di tramutare il suo diario di bordo in un libro vero e proprio, e quanto ha inciso sulla sua vita di navigatore solitario?    

“Quando sono partito per la mia prima lunga rotta verso oriente, da solo, senza esperienza, tutti i miei amici erano preoccupati. Volevano essere informati sulla navigazione e sui miei approdi. Così ho cominciato un “diario di bordo per gli amici”, che inviavo loro con regolarità. Quel che scrivevo riscuoteva un inaspettato successo e tutti mi suggerivano di farne un libro. Quando sono rimasto alcune settimane ad Atene con la gamba ingessata ho cercato di dare un senso compiuto a quel diario, e al mio ritorno in Italia aveva già la composizione di un libro. L’ho fatto con la speranza che la mia avventura potesse esser d’aiuto in qualche modo ad altri. E sembra che lo sia, a giudicare dalle bellissime mail che ricevo dai lettori.

Poi, una volta pubblicato, il libro ha inaspettatamente influito sulla mia vita in mare. In ogni porto mi capita di incontrare qualcuno che lo ha letto o che ne ha sentito parlare. E questo mi piace, perché mi dà l’opportunità di conoscere persone interessanti, di sentire le loro opinioni, le loro esperienze.

Curioso, quando ero all’apice della mia carriera come direttore d’orchestra non mi capitava che mi riconoscessero per strada. I mezzi ci comunicazione solo qualche anno fa erano diversi: qualche breve e raro servizio sul tg3 e le critiche sui quotidiani. Oggi internet ha cambiato tutto. E il fatto che abbia scritto un libro entra in tutte le case tramite il computer”.

Uno dei pregi della sua scrittura è l’estrema umiltà. Accompagna il lettore passo dopo passo nelle sue stesse prime scoperte della navigazione in solitaria. Una scelta stilistica, di vita o nasce dal suo essere una maestro di musica?  

“Prevalentemente rientra nel mio modo d’essere. Maturato attraverso le esperienze che mi ha regalato la vita, compresa certamente quella del dirigere orchestre, ma soprattutto quella del navigare da solo”.

Nel suo libro pone forte l’accento sulla devastazione vera e propria compiuta sulle nostre coste, che cosa è l’Italia attualmente vista dal mare?

“Di ritorno dall’Egeo, dove i greci hanno un gran rispetto delle loro isole, quando approdo in Italia salta subito agli occhi la mancanza di armonia. Gli italiani han perso il senso della bellezza, che è fortemente radicato invece nella cultura greca. Le nostre coste sono deturpate da scempi di ogni genere, anche e soprattutto a ridosso di borghi medievali o, quel che è peggio, a fianco dei monumenti dell’antichità. E poi nel nostro mare è stato scaricato di tutto”.

Altri passaggi del suo testo affrontano la gestione dei nostri porti e di come non siano più un attracco né per turisti, ma tanto meno per gli stessi italiani. Sono il segno di una decadenza propria del sistema Italia, o disegnano una precisa volontà?     

“Capire quali siano i disegni che si nascondono nel complesso sistema del potere economico non è facile. Certo è curioso che proprio le eccellenze del nostro paese sono quelle che vengono penalizzate. Come il diporto nautico (siamo comunque stati un “popolo di navigatori”). Come la musica classica. I nostri politici ne fanno sfoggio quando c’è da rappresentare l’Italia all’estero, ma non si preoccupano minimamente quando intere orchestre vengono chiuse”.

Un altro accento forte che pone è sulle relazioni familiari. La loro complessità, ma anche il loro non sapersi comprendere, quanto sono alla base di una decisione di mollare gli ormeggi?   

“Neanche un po’. Mollare gli ormeggi per me non rappresenta una fuga, ma una ricerca. Di me stesso, della vita, del mondo”.

Altro punto forte di critica è verso la cultura musicale in Italia, ma credo che sottintende anche la cultura in generale, a che punto della notte siamo? 

“Al punto profetizzato da Pirandello nei “Giganti della montagna”. In questa situazione viene premiato chi si piega al sistema del profitto. E alla massa appare come un grande anche chi non lo è. Quando il sole della cultura è basso sull’orizzonte, i nani proiettano grandi ombre”.

Che consiglia da a chi non è mai stato su una barca a vela, ma che sogna di poter un giorno navigare sulle sue tracce?

“Di non aspettare. Se si aspettano le condizioni ottimali c’è il rischio di non veder realizzati i propri sogni. Quest’anno sulla mia rotta ho incontrato una giovane coppia di francesi che navigano tutto l’anno. Campano vendendo nei porti dei bracciali e delle catene semplici che creano in barca. “Per mangiare ci basta”, mi han detto”.

Chi è

Roberto Soldatini, direttore d’orchestra, compositore e violoncellista, è nato a Roma nel 1960. Dal 1984 insegna violoncello al Conservatorio di Musica. Nel 1989 è stato scelto da Giuseppe Patanè come suo assistente, e successivamente da Myung-Whun Chung all’Opéra di Parigi. Come direttore, ha guidato le orchestre di alcune delle maggiori istituzioni europee e americane. Attualmente vive sulla sua barca a vela, alternando ogni anno sei mesi di navigazione in solitario a sei mesi in porto per svernare.