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La paura del respiro - Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore.

La paura del respiro 

Click. La lampadina a basso consumo appena spenta, segna l’inizio della notte. Respiri l’affitto, pagato, quasi, anzi sì, ma rimane poco. Respiro. Le palpebre non si acquietano e osservano il vuoto. Dormirci su, perché qualcuno ci hai mai dormito giù? Respiro, il condominio: due alla volta. Dopo, fine mese, anzi fine mese quello dopo ancora. Precedenza al pezzo della Geberit che serve per tirare giù l’acqua nel cesso, trovarlo, pagarlo, evitare il cambio della cassetta completa. No, non ho problemi a veder scorrere l’acqua giù nel gabinetto, ma gli ospiti sì. Pochi, non invito più come prima, razionalizzare le razioni. Nessun ristorante, nessun invito a cena. Respiro, a fatica: è il raffreddore di stagione. Il colpo di freddo e il colpo di vento, le colpe mi respirano. Doccia calda breve, bolletta uguale. Poca TV, molto PC a batteria, internet flat, respiro. Per un attimo la tentazione di riaccendere la lampadina energetica a basso consumo, ma consuma lo stesso. Spenta, meglio. Respiro uguale: a fatica. Le sigarette, diminuire. Risparmiare. La salute, invenzione della para-farmacia sotto il quartiere. Liberalizzazioni, abbonamento dei mezzi. Le mani si stringono in un pugno, rilassa la mano, allunga le gambe, respiri meglio. Pulizia dei denti, dentista, maglia a collo alto, evitare le camice che per stirarle serve il ferro da stiro o la lavanderia. Accendo la radio, tutti sorridono felici e allegri, seduti con lo stipendio tranquillo. In TV peggio, sui giornali anche, precari a parte che gli piace mangiare le briciole del tavolo di una redazione importante. La notte non si fa la rivoluziona, si riposa. Si respira. Non ci riesco, mi rigiro, devo cambiare le lenzuola, acqua, detersivo, stendere e asciugare, la pensionata di sopra che butta acqua e devo tenerle dentro, ma almeno lei ha una pensione, io domani, il futuro, non alzarti non puoi sono le tre del mattino. Tranquillo respiro, I panni piegati in ordine sulla sedia, lo diceva la mamma, piega tutto bene che si conserva a lungo, mi piego nel letto, mi conservo male, respiro a fatica, la fatica mi respira, non vedo oltre, non voglio neanche affacciarmi. Ansia e affanno, pane e companatico. Risveglio stanco, affaticato prima della fatica. La sveglia suona, battuta anche questa volta, un attimo prima, risveglio. D’improvviso il ricordo di una gran vita di merda, la finestra affaccia nelle mura interne di un impianto di palazzine, una boccata d’aria. Dove sono finito, non sogno da molto. Già, ricordo al mio respiro che sono vivo. Infelice, ma vivo.

(tratto da Mamma n.8: Paura, eh?)