Milano Baghdad Mondragone: Base NATO

Ulteriori documenti:

“Feci le prove per far saltare la stazione” Corriere della Sera

“Il pentito: dovevo farmi esplodere” Corriere della sera

Dossier NATO a Napoli di Pax Christi

Milano Baghdad Mondragone

(marzo 2004)

PARTE 1

In questi giorni in cui si torna a parlare di bombe e terrorismo, si torna anche a parlare di sicurezza per l’Italia che sembra essere il prossimo obiettivo di una strage. Ma chi è preposto alle indagini, svolge bene il suo dovere? Ho questa domanda in testa da quando un attentato doveva avere luogo proprio qui dove vivo, a Mondragone. Un articolo del Corriere della Sera del marzo 2004, a firma di Giuseppe Guastella e Guido Olimpio, riportando le dichiarazioni del primo pentito di al Qaeda in Italia, tale Yasir, indica nella base Nato di Mondragone uno degli obiettivi di un possibile attacco terroristico ad opera di estremisti islamici. Forse è un’indicazione riportata in maniera errata?

Nel libro Milano Bagdad (Mondadori, 2004) a firma di Stefano Dambruoso (attualmente esperto giuridico presso la Rappresentanza permanente italiana alle Nazioni Unite di Vienna e prima sostituto procuratore a Milano, membro del dipartimento antiterrorismo) e Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, ritrovo la medesima indicazione. A pagina 92 il giudice Dambruoso, mentre narra le vicende delle sue indagini, lascia la parola direttamente al pentito Yasir: “Una volta in Italia ho iniziato a frequentare la moschea di viale Jenner, il cui imam era Abu Imad… Sami mi ha invitato una volta a Mondragone (provincia di Caserta nda) per osservare una caserma militare americana. Nell’occasione mi chiese se era possibile entrare dentro quella caserma con un camion, eventualmente anche dopo una sparatoria. Ho facilmente individuato questa caserma americana e ho fatto un sopralluogo per circa quindici giorni; all’esito del mio compito ho fornito le indicazioni che avevo tratto a Sami. Questi mi fissò un appuntamento alla stazione di Bologna. Gli comunicai che sarebbe stato semplice riuscire a portare un camion all’interno della caserma”.

Nel marzo 2004, quando la notizia fu pubblicata, la sera volteggiavano gli elicotteri nelle montagne adiacenti Mondragone (ma forse erano operazioni di polizia contro la criminalità organizzata) e le forze politiche al comando al comune della cittadina riferivano che la notizia era infondata e non c’era bisogno di allarmarsi.

Il punto è che non c’è una base Nato a Mondragone. Almeno che si sappia. Nel comune limitrofo di Sessa Aurunca è sempre stata accertata una presenza militare americana all’interno delle montagne vicine, segnalate anche da luci che ne delimitavano il perimetro sul fianco e carabinieri a fare la guardia. Una base con missili? Voce smentita molte volte, che voleva invece una semplice (!) base nelle viscere della montagna dotata di potenti radar di controllo.

A Mondragone la presenza di una base Nato ha tenuto banco nelle discussioni molte volte negli anni passati che distinguevano questa base da quella di Sessa Aurunca. Le chiacchiere di paese la indicavano come ultra segreta, ed anche qualche carabiniere che ne parlava c’era stato solo dopo essere stato bendato! Stiamo parlando di paesi del sud Italia, dove niente sfugge all’occhio del popolo, o forse si?

Dambruoso e Olimpio riportano in un libro queste informazioni provenienti da un pentito. Pentito che guiderà con le sue rivelazioni molte delle operazioni anti terrorismo in Italia. Qualcuno, però, ha controllato il loro lavoro? Hanno ragione loro e qui esiste realmente una base Nato, ignota a tutti, una base militare che rappresenta un grave rischio per la popolazione? Chi ne risponde allora? Perché è così segreta? E’ quindi un possibile obiettivo per attacchi terroristici? Oppure hanno torto nell’indicare l’esistenza di una base militare Nato, e quindi viene da domandarsi come un giudice antiterrorismo e un giornalista di una testata così importante che segue queste vicende possano prendere simili abbagli? Non si può semplicemente dire che ci si è sbagliati nello scambiare la città. L’articolo del Corriere della Sera e il libro stesso delineano la preparazione di un attacco suicida con camion bomba. Come è possibile riportare erroneamente il nome di una città? E se giunge la segnalazione di una possibile strage a Milano e poi accade a Roma, di chi sarà la responsabilità?

Le bombe a Londra non ammettono errori di nessuna natura e tantomeno distrazioni, comunque vada, questa storia necessita di una risposta. Soprattutto alla luce degli attacchi a Londra. Il terrorismo procede, chi si sta prendendo cura della nostra sicurezza?

PARTE 2

Non erano errate le informazioni di un possibile attacco alla base Nato di Mondragone. La base Nato esiste, e doveva essere, secondo le rivelazioni del libro Milano Bagdad di Stefano Dambruoso, oggetto di un attacco terroristico tra il 1997 e il 2001. Questo, però, lo abbiamo saputo solo nel 2004. La base militare è dismessa, o almeno così sembra essere. Sulle montagne che si estendono tra i comuni di Sessa Aurunca e Carinola, ci sono due entrate scavate nella roccia, ormai murate con il cemento. La peculiarità della base militare è di essere stata costruita all’interno di una montagna. Il sito della Nato di Mondragone è stato al centro dell’attenzione generale nel 1989 quando i Verdi tappezzarono la città con un manifesto dal titolo: “I segreti del monte Petrino”.

I Verdi riportarono nel manifesto alcuni passi estratti dalla guida dettagliata alla presenza militare in Italia  “Bella Italia Armate Sponde”, curata da Stefano Semenzato  e Padre Eugenio Melandri (1989, Edizioni Irene): Il più alto comando integrato della NATO basato in Italia è il CINCSOUTH. La sede del CINCSOUTH è a Bagnoli, mentre il suo comando protetto si trova in una caverna all’interno di Monte Petrino nei pressi di Mondragone in Provincia di Caserta”.

Inizia così la ricostruzione di Semenzato e di Melandri della presenza della NATO in Italia al 1989. Nel volume si legge: Le principali strutture di comando di guerra (Static War Headquarters nella terminologia NATO) che fanno riferimento a comandi NATO sul territorio italiano sono a: Mondragone (Caserta) dove esiste la sede protetta di CINCSOUTH (Commander-in-chief Allied Forces Southern Europe) e dei comandi dipendenti che si trovano nell’area di Napoli

Più avanti nel volume si specificano le attività di tale sito.

Le funzioni rispettive di questi posti comando sono naturalmente quelli propri dei comandi ai quali appartengono e cioè: da Mondragone si coordina l’attività di tutte le forze terrestri, navali o aeree dei paesi della NATO operanti nella zona di competenza di CINCSOUTH, che va più o meno da Gibilterra fino ai confini della Turchia con l’Unione Sovietica. Un’area vastissima dove si concentrano centinaia di migliaia di uomini, migliaia di aerei, centinaia di navi militari…” e si sottolinea che, a differenza degli altri, esso ancora non è del tutto automatizzato. A proposito delle comunicazioni della Nato si legge che: I terminali NICS in Italia coincidono con i centri nevralgici della rete di comando e controllo della NATO e precisamente: Napoli (e Mondragone sigla IPEZ dal Monte Petrino all’interno del quale si trova lo Static War Headquarters di AFSOUTH) anch’esso con una centrale TARE e una IVSN

La Guida di Stefano Semenzato e Eugenio Melandri si basa su numerose e complesse fonti: dai manuali alle riviste specializzate italiane ed estere, dalle fonti giornalistiche alle informazioni dirette. In particolare l’autore si è avvalso della ricerca dell’IRDISP (Istituto di ricerca per il disarmo, lo sviluppo e la pace) dell’82 e dell’83 che per prima ha aperto una breccia nella conoscenza della struttura militare.

Queste dunque le specifiche della base militare ed anche le uniche informazioni certe e reperibili. Tutto il resto sono voci, supposizioni che si rincorrono. L’attentato terroristico di Al Qaeda doveva avere luogo tra il 1997 e il 2001, che per la base è il momento della sua chiusura. La sua identificazione è sempre stata con il comune di Mondragone, anche se le uniche due entrate visibili si trovano in diverso territorio comunale, ad una distanza di almeno 30 km.

Immaginate un piccola catena montuosa che si affaccia sul mare, qui si trova Mondragone; Sessa Aurunca e Carinola sono posizionate, invece, verso l’interno. Se la definizione non è di comodo (Base Nato di Mondragone), si deve immaginare che gli americani abbiano scavato molto, e molto in profondità. Le entrate sono ormai totalmente in rovina.

Quella principale è nel territorio di Carinola. Una strada asfaltata, che si dipana sulla collina e giunge ad un grande spiazzo, che ospitava anche una base di atterraggio per gli elicotteri. Ora è piena solo di immondizia, per le varie emergenze rifiuti che si rincorrono in Campania. L’entrata, delimitata da alcune mura con cancello in ferro, mostra soltanto un vecchio sistema di tubi per la corrente elettrica, sul lato destro l’ingresso vero e proprio nella roccia. L’entrata secondaria, situata nel territorio di Sessa Aurunca, è ben nascosta nella montagna. I posti di guardia ormai sono ricoperti da sterpaglie, le torrette di guardia sono diverse e sparse su un vasto territorio della montagna stessa. Da queste si può anche definire sommariamente le dimensioni, notevoli, del complesso militare.

Pochi elementi esterni sono ancora visibili anche qui: i soliti tubi arrugginiti, torrette che cadono a pezzi e centraline elettriche. Nessun simbolo identificativo è rimasto, o chissà se mai c’è stato. Le entrate vere e proprie della base scavate nel cuore della montagna sono alte oltre due metri e di forma circolare. Nella colata di cemento che ne ha decretato la fine dell’utilizzo, sono stati lasciati piccoli fori per far passare aria fredda e tesa anche nelle più calde giornate estive.

Ma cosa ci stava e ci sta ancora all’interno della montagna? Quali sono le sue vere dimensioni, si estende realmente per 30 km? La dismissione è momentanea, o un giorno ne riprenderanno possesso? Domande che non hanno risposta e plausibilmente non avranno mai risposta. A differenza di altri basi militari, quella identificata come la Base del Monte Petrino (a cui piedi si estende Mondragone) è sempre stata coperta da un segreto impenetrabile. L’azione dei Verdi che portò ad una conoscenza più precisa dei fatti, non ha mai avuto risposta a nessun livello istituzionale. Una forte volontà del non dire o di fornire spiegazioni ha sempre caratterizzato qualsiasi ricerca. Ricordati che eravamo e siamo un popolo vinto, e quindi gli americani potevano fare quello che volevano”, così comincia il suo racconto Mallozzi, imprenditore agricolo di Mondragone, “la costruzione risale alla fine degli anni ’60. Si vedeva un enorme via vai di personale militare e di mezzi, passavano proprio davanti casa mia. Nessuno chiedeva niente, anche se tutti sapevano che stavano costruendo una base militare dentro la montagna. Portarono qui vicino anche molti muli, che servivano per il trasporto in montagna. In fin dei conti gli americani significavano soldi, è sempre stato così, perciò la gente preferiva starsene in silenzio”.

Roberto Rea possiede delle terre che confinano vicino alla base: “da piccolo cercavo di spingermi vicino alla base, ma c’erano i carabinieri dovunque che ti fermavano. La nostra terra sta vicino all’entrata sul lato di Sessa Aurunca, doveva essere un’entrata di servizio. Quella principale, invece, sta dall’altra parte della montagna, nel comune di Carinola. Potevano salire sulla montagna soltanto i proprietari delle terre, erano obbligati a lasciarli passare”.

Falciano, comune limitrofo di Carinola, era diventato uno dei percorsi stradali obbligati per raggiungere la base: “Almeno una volta al mese si vedeva un grosso movimento di persone, forse tenevano una riunione generale,” racconta Carlo Broccoli, “si sentiva dire che gli italiani non prendevano mai parte a queste riunioni. Solo macchine targate AFI (American Force in Italy) ed i loro autobus passavano. Sembra che i carabinieri e i nostri militari servivano solo a fare la guardia. Dalla metà degli anni novanta è scomparso questo via vai di persone”.

E’ interessante soffermarsi sull’arrivo degli americani in zona. Vincitori della guerra, sequestrano un’intera montagna, la scavano, e la usano per oltre trenta anni senza darne conto assolutamente a nessuno. Un’altra versione della storia, vuole che la proprietà e la costruzione sia invece da addebitarsi alla Marina Militare Italiana. Ma avere conferme non è possibile. La popolazione intorno non può che stare a guardare e fare congetture. “Quando hanno finito la costruzione” puntualizza Mallozzi “sono state comprati per un pezzo di pane i caterpillar usati per scavare nella montagna, chi li aveva mai visti prima di allora? Hanno fatto un fortuna quelli che avevano le cave tutto intorno”. Durante la guerra fredda sicuramente la base Nato era un obiettivo militare strategico dei sovietici. La mia memoria mi rimanda ai turbolenti anni ottanta di Reagan, e al “dobbiamo fare attenzione qui a Mondragone, perché se succede qualcosa, qui ci sparano con l’atomica”. Forse esagerato, forse no. Ma poi dopo il 1989, cessa la paura del nemico rosso e ne comincia un’altra, la paura dell’arabo. Comunque vada, in entrambi i casi, la popolazione è sempre stata a rischio attentati, mentre gli americani se ne stavano chiusi nella nostra montagna. Non è anti americanismo di facile consumo. Provate a pensare alla vostra zona di residenza, immaginate che parte di essa non è più terra vostra, ma ha scopi militari. Non potete andarci, non potete fare domande, non siete al sicuro, ma non siete in grado di farci assolutamente niente. Tutto questo ha rappresentato e rappresenta ancora una delle basi Nato più segrete in Italia. Ed è amaro pensare che mentre dal ventre di una montagna c’è chi riusciva ad ascoltare da una parte all’altra del Mediterraneo, intorno si moriva e si muore di camorra, senza sapere mai chi è il mandante. Si potrà obiettare che sono discorsi diversi: sicuramente per le risorse messe in campo che servivano a combattere nemici lontanissimi, ma non quelli vicinissimi. Il giornalismo in Terra di Lavoro, non può mai prescindere dal confronto continuo con una realtà quale la camorra.

Rimane la presenza di una montagna violata nelle sue profondità. Inquietante e silenziosa. Una base immensa che non ha ancora una definizione precisa. Hanno coperto il tutto con il cemento. Forse per loro è ancora accessibile, attraverso un’entrata nascosta. E in tempi di lotta al terrorismo, in cui le regole vengono meno, è plausibile fantasticare che una base di queste fattezze possa essere usata anche come un carcere, protetta da occhi indiscreti, per i nemici dell’occidente? E’ lecito domandarsi se i pericoli corsi in oltre trenta anni da parte della popolazione siano realmente cessati, o invece permangono?