Provenzano tradì Riina di Nicola Biondo

2 agosto 2009
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provenzano Provenzano tradì Riina di Nicola Biondo

di NICOLA BIONDO

«Era l’autunno del 1992. Mio padre chiese a quei due ufficiali del Ros dei carabinieri che incontrava spesso, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, le mappe di una zona ben precisa di Palermo. Sono stato io a fotocopiarle e so che, attraverso un intermediario, arrivarono al signor Lo Verde, cioè a Bernardo Provenzano».

Massimo Ciancimino, figlio del defunto don Vito, sta per affrontare l’ennesimo interrogatorio alla procura di Palermo. Una nuova tappa di un tour tra le procure cominciato più di un anno e mezzo fa. Ma non è un pentito, tiene a chiarire. «Sono un uomo d’affari e non ho nulla di cui pentirmi. Sono stato testimone di alcuni fatti e li racconto ai magistrati. Poi tocca a loro verificarli».

Il «fatto» di quell’autunno del 1992 di domande ne susciterà parecchie. Perché le fotocopie delle mappe stradali di Palermo non restarono nelle mani di Bernardo Provenzano, alias signor Lo Verde, ma tornarono indietro. Sopra c’erano dei segni che indicavano un luogo preciso. «Mio padre – è la clamorosa rivelazione di Massimo Ciancimino – diede quelle fotocopie al Ros. Fu grazie a esse che si arrivò al rifugio di Totò Riiina». Dunque l’arresto del «Capo dei capi» non fu reso possibile dalle rivelazioni del pentito Balduccio Di Maggio. O, comunque, non furono esse il fatto determinante. L’elemento decisivo fu un tradimento ai vertici di Cosa Nostra. Un tradimento favorito da don Vito, il tramite più autorevole tra gli ambienti mafiosi e quelli politici. «Mio padre – continua Massimo Ciancimino – diceva che Riina era come impazzito. Si sentiva il re della Sicilia, si comportava come un monarca assoluto».

Il sospetto che l’arresto di Riina (avvenne il 15 gennaio del 1993) sia stato il frutto di un tradimento non è nuovo. L’8 novembre del 2002, Nino Giuffrè, ex braccio destro di Provenzano e collaboratore di giustizia, disse ai giudici di Palermo una frase che oggi si riempie di significati ulteriori e si chiarisce: «C’era una divinità a cui doveva essere offerti dei sacrifici umani e quello era il sacrificio più importante in quel momento: mettere fine alla figura di Totò Riina, la persona che aveva scatenato il finimondo. L’intento era ben preciso: sacrificare Riina per salvare Cosa Nostra». E, ancora prima, nel lontano 1996, un altro mafioso diventato collaboratore dello Stato, Luigi Ilardo, aveva enunciato una “regola generale” che le nuove rivelazioni sembrano confermare: «I boss si vendono o vengono ammazzati».

L’attendibilità di Massimo Ciancimino è al vaglio di tre procure della Repubblica. Anche queste sue affermazioni, quindi, saranno vagliate attentamente. Non solo perché propongono una nuova e sconvolgente ricostruzione di una delle più importanti operazioni antimafia del dopoguerra, ma anche perché sono un ulteriore riscontro all’inquietante ipotesi di una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. La famosa ipotesi del ‘papello” come viene indicato il documento nel quale le richieste mafiose sarebbe state esposte. Massimo Ciancimino è convinto che la trattativa avvenne. Di più: sostiene di esserne stato testimone.

La divide in tre fasi e fa risalire la prima all’inizio degli anni Novanta quando Cosa Nostra, ormai saldamente nelle mani di Riina, uccise Salvo Lima, uno degli uomini più potenti della Dc siciliana. Fu allora che don Vito Ciancimino incontrò per la prima volta Provenzano: «Questi sono pazzi», gli avrebbe detto il boss chiarendo così di essere contrario alla linea sanguinaria del «Capo dei capi». Ma quella linea non si fermò: «Qualcuno soffiò sul fuoco del rancore». Arrivarono le stragi del 1992. L’attività di don Vito Ciancimino per mettere in relazione lo Stato e l’ala per così dire ‘moderata’ di Cosa Nostra era ormai in corso da tempo. Tanto che, secondo il figlio Massimo, i suoi contatti con Mori e De Donno erano stati preceduti da incontri con altri uomini dello Stato: «Due me li ricordo bene: uno l’ho conosciuto come ‘signor Carlo’, l’altro ha una malformazione sul viso. È quello che la stampa ha poi chiamato “faccia da mostro”».

E Totò Riina?

Si sa che la storia di Balduccio Di Maggio come responsabile del suo arresto non l’ha mai convinto. Ma, a leggere le sue dichiarazioni pubbliche alla luce del racconto di Massimo Ciancimino, si ricava la netta impressione che il «Capo dei capi» abbia dei sospetti precisi. Era il 10 marzo del 2004 quando, durante un processo, dalla gabbia dove era rinchiuso, disse: «Non sono il parafulmine di tutto quello che è successo… Il figlio di Ciancimino non è stato mai citato, non è stato mai sentito. Perché non si deve sentire il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei Carabinieri e con l’allievo di quelli che mi hanno arrestato? Chi sono questi signori che mi ha venduto?». Una dichiarazione che oggi Massimo Ciancimino legge come un ‘avviso di garanzia’, e forse non l’unico, inviatogli dal più feroce dei capi di Cosa Nostra.


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