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Telefono, mafia - Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore.

TELEFONO MAFIA
Pronto sì tu?
Nun attaccà, famm’ parlà
(Nino D’Angelo)
Chi scrive di criminalità organizzata non si affida solo alle carte giudiziarie. Sono una parte, importante, ma solo una parte. I veri giornalisti investigativi consumano le suole delle scarpe, per capire dagli umori del territorio, dalle sue evidenze, cosa accade per davvero. Un’intercettazione è una presa diretta del reale. Un pezzo di un quadro più complesso e ampio. Così come l’attuale legge definita “bavaglio” è solo una delle tante difficoltà che affronta chi si occupa di criminalità organizzata. Non c’è infatti una legge che difende dal silenzio imposto dagli stessi mass media a chi scrive con maggiore conoscenza di fenomeni criminali. Non c’è una legge che difende dall’elevazione a opinionisti di coloro che non conoscono la realtà dolente e quotidiana del Sud. Non c’è una legge che obbliga l’articolo più informato ad essere pubblicato, invece di quello più affermato. Tra strozzamenti e telefoni muti, il concetto di voce che viene a mancare diventa quasi lussurioso da affermare. Ma si scade nell’opinione, nel misticismo e chi è concreto, nel tecnicismo. Ormai siamo convinti che tutti noi abbiamo un maresciallo Calogero che ci ascolta mentre telefoniamo con tariffe fisse e vantaggiose. Qualche volta lo salutiamo anche, per fargli capire che sappiamo di essere intercettati. Di poi, rimane il silenzio della solitudine. In un’era di vicinanze telematiche, ci piace sapersi non abbandonati. Eppure non ci ascolta nessuno, né quando scriviamo, né quando telefoniamo. Nell’Italia della tifoseria elevata a sistema di confronto, si grida, si vuvuzela tutto il tempo, e i meriti veri e quelli degli argomenti semplicemente non servono più. Tenuta la popolazione sulla linea di galleggiamento della sopravvivenza quotidiana, si chiudono gli argomenti con paratie stagne, dove il povero e il ceto medio si sbatte per tirare a campare, il benestante è silente per non mettere a rischio il proprio benessere e gli affitti vanno alle stelle tanto quanto i contratti a progetto vanno in ribasso. E qualcuno afferma anche che i mafiosi debbano essere tutelati nei loro colloqui privati. Chi afferma ciò o non li conosce, o sa perfettamente di cosa parla. Non importa in fin dei conti se le leggi si tramutano in realtà, basta il clima. Come respirare i fiori di mandorlo a febbraio: la primavera è vicina. Non proteggiamo chi rivela la verità sull’uccisione di un giudice ammazzato con un’autobomba sotto la casa della madre, non vogliamo che la lotta al crimine organizzato sia la priorità dello Stato, come la risoluzione dei problemi occupazionali. Non vogliamo uno Stato che sia trasparente, ci piace discutere dei compensi della RAI, mentre la BBC li pubblica da sempre. E nello schermo colorato della sera, si confrontano tutti coloro che hanno un reddito veramente superiore alla media, e qualche volta invitano anche chi guadagna solo mille euro al mese. E nell’equazione esponenziale delle sottrazioni, basta ascoltare. Come se avessimo tante macchine delle forze dell’ordine in ottimo stato, giubbotti anti proiettili, caserme, strumenti. Già, funziona tutto benissimo. Ci sono uomini abbondanza. E risorse anche. E nell’aria si respira sempre più impunità. Semplicemente vorremmo scrivere, investigare, filmare e registrare. Non è così semplice, anche se sembra una moda o una nuova mitologia western. Proprio no, chi solitamente si occupa di crimine organizzato, il più delle volte fa un altro lavoro per tirare a campare. E se da una parte si vuole limitare il lavoro dei giudici, al resto, alla scrittura ci pensano le citazioni in giudizio o le querele. Giornalismo è far incazzare qualcuno, sempre e comunque. Dare fastidio. Intrigarsi dei fatti altrui. Eh già, questa è la verità. Il codice deontologico (si chiama indignazione) è scritto nell’anima, perché si sa le lezioni di giornalismo sono diventati corsi da decine di migliaia di euro. Ma quelli, non preoccupano. Servono ad occupare una poltrona. Quando galoppini iniqui telefono al proprio politico di riferimento al Sud e si può leggere cosa veramente pensano o affermano, ebbene sì è il momento della verità. Del godimento vero e proprio. Bisogna togliersi i guanti bianchi. I rispetto i criminali. Hanno fatto una scelta di campo. Nel teatro dei pupi fanno la loro parte. Sono i pupari che fanno girare le palle. Con i loro modi affettati, i polsini con i gemelli, le cravatte sempre uguali e le scarpe con i lacci sempre stretti, con le loro dichiarazione concordate in telecamera che si agitano quando li leggiamo per quello che sono. Se anche tutto rimane come prima, rimane il problema. Con i loro stipendi grassi a pagare avvocati che danno addosso a giornalisti che nessuno conosce. Ma che sanno. Non sparare, meglio annientare socialmente. Sorprende l’essenza della verità: non siamo tutti contro la criminalità organizzata. Chi rema contro non è la maggioranza, ma ha le leve del benedetto potere. E mentre si discute qualcuno muore, qualcuno vive nell’ansia delle minacce, qualcuno si guarda le spalle, qualcun altro fa i conti con la banca per pagarsi le cause indette da criminali mascherati da politici. E da fuori ci osservano: italiano, mafioso? No, italiano, telefono,