copertina1509bPasquetta all’Aquila. Una settimana dopo. Da lunedì a lunedì. Nel mezzo una settimana santa con il suo dolore, con il suo Getsemani, il suo calvario e la sua croce sanguinante. Ma non c’è resurrezione. Tantomeno aria di festa.  Ultimo autogrill prima di entrare all’Aquila. Benzina, panini, caffè, perché dopo sarà più difficile. Due caffè costano un euro e novanta. Le disgrazie aumentano i prezzi. Forse nelle zone devastate dal terremoto manca tutto. Non nell’autogrill. Abbondanza di prodotti in bella vista. Entriamo all’Aquila. Il movimento di mezzi e persone è impressionante. La città di cartapesta. Tutto è scollato, incrinato, squassato. Anche per i non addetti ai lavori è chiaro che qualcosa non va. I materiali si sono staccati, come se non fossero mai stati amalgamati tra loro per davvero. La caserma della Guardia di Finanza è tanto presidiata per quante crepe ci sono. E ci sono tanti uomini delle forze dell’ordine in giro per la città dell’Aquila. Dietro è stato allestito un sito per la macinazione dei detriti. Camion su camion entrano pieni di macerie. Di lontano una macchina tritatutto. Cosa è la domanda giusta. Si va di fretta. Bisogna dare risposte e far vedere che lo Stato è presente: quindi pulizia. Le macerie triturate vengono nuovamente caricate sui camion e portate via. Una nuvola di polvere bianca, spessa è alimentata dal vento, rendendo spettrale il cantiere. Quante prove vengono triturate e ridotte in polvere? Non credo che non si potrà risalire ai responsabili per delle macerie triturate. Ma nei faldoni processuali mancherà sempre qualche cosa, un piccolo pezzo per giungere alla verità. Ci dirigiamo verso l’ospedale San Salvatore, altro luogo simbolo dell’Italia delle mille regole, proroghe e condoni. Aperto dieci anni fa, totalmente inagibile oggi. Moderno, con eliporto alle spalle. Un’altra piattaforma in costruzione. Solo una rete metallica a delimitare la pista d’atterraggio. Dall’altra parte una scarpata. Un moderno eliporto senza nessuna misura di sicurezza. Lasciamo l’Aquila diretti verso il paese simbolo del terremoto: Onna. Dalle immagini in TV sembrava inerpicarsi su una collina. Invece seguendo la strada statale 17 Est ci si passerebbe di fianco senza neanche vederla. Lato strada. Adagiata in piano. Rasa al suolo. La prima strada che incontriamo è intitolata ai Martiri. Strada Dei Martiri. Un binario unico attraversa Onna. Mi chiedo se funzioni, se questa è l’Italia moderna che si meraviglia delle sue catastrofi. Colpisce subito lo sguardo alcune case che stanno in piedi, con la schiena dritta. Non hanno neanche una crepa. Sono le case costruite a norma. Il cielo è sempre più pesante di pioggia, fa freddo. Tra i tanti volontari ci sono anche i ragazzi dell’Islamic Relief. Sono venuti da Milano. Li hanno accolti a braccia aperte. Tutti cittadini italiani. Marco Abdullah si è convertito all’Islam da nove anni: “Le tragedie uniscono le persone, non ci sono colori politici o religioni, bisogna soltanto aiutare chi ha necessita di tutto”. Ciò che colpisce del viaggio nella terra che trema è proprio la sua diversità. Tutti i dialetti d’Italia si sono ritrovati, modi e pensieri diversi. Ma le braccia lavorano all’unisono. Intravedo un copricapo tipico ebreo. L’Italia che soffre e che discute perennemente si ritrova nelle sue diversità. Dopo Onna, ci infiliamo in una strada di campagna. Un vecchio mulino è venuto giù. Due morti. Dalle macerie compaiono vigili del fuoco, forestale. Dovunque ci sia un crollo ci sono uomini al lavoro. Da un lato la statale 17 Est, in parallelo verso sud la strada statale 5 bis. Nel mezzo Fossa, Casentino, Sant’Eusanio Forconese, Villa Sant’Angelo. La terra dove il colpo di frusta ha picchiato con durezza. Le tende blu del Ministero dell’Interno sono dovunque. Le vedi e sai che in quel punto c’è una comunità. Entriamo nel campo di Fossa. Si saluta chiunque ci incontra. La gestione è della protezione civile di Ariccia. Gestione, parola che non piace a tutti. I cittadini devono stare fermi e aspettare. Ricevono tutto quello di cui hanno bisogno. Devono soltanto chiedere. Ma gestisce la protezione civile. C’è Mediaset, tutti si affollano. Si festeggia il compleanno di una bambina, compie due anni. Si organizza in fretta l’applauso e la torta per le telecamere. Un volontario si ferma davanti e comincia a raccontare la sua storia. Ha comprato lavatrici con le donazioni, così le donne non devono più lavare nelle bacinelle. Fossa osserva dall’alto i suoi compaesani. Gli anziani hanno sguardi smarriti, tanto quanto i pochi bambini si inseguono nello spiazzale. Puntiamo verso Villa Sant’Angelo. Quattrocento abitanti, diciassette morti. Un vigile del fuoco ci ferma davanti alle prime macerie. Non si può andare oltre. Poco dopo arrivano due carabinieri. Ci scortano via. Non rispondono alle domande, chiediamo degli sciacalli, non sanno nulla. E se non lo sanno i carabinieri, chi lo deve sapere? Poco dopo rivedo gli stessi carabinieri. Abbiamo i permessi da parte del sindaco di Villa Sant’Angelo. Nella tragedia gli è andata bene. Il suo campo è gestito dall’Emilia Romagna, sempre loro. Tutto è perfetto, pronto, le docce hanno l’acqua calda, ci sono psicologi, un container funge da primo sportello comunale. C’è tutto di quello di cui hanno bisogno. Un modello di società civile che ha pochi eguali, uno dei responsabili ci dice che: “Le macchine le svecchiamo spesso, cosi anche i diversi materiali, tutto è sempre pronto per qualsiasi evenienza”. Il vento freddo fa rabbrividire. Passare la notte in tenda, anche se riscaldata è difficile da sopportare. Basta immaginarsi un giorno senza acqua a casa, o anche due. L’idea di per se è insopportabile. Queste persone devono farci l’abitudine. Ritorniamo all’Aquila. Tra il centro storico e la cattedrale venuta giù a pezzi, un ristorante. Vecchio maneggio, poi centro smistamento delle poste. Oggi vincolato dai beni culturali ad uso galleria o ristorazione. Non una crepa, neanche una mattonella che si è staccata. E’ perfettamente integro. “Lo hanno ristrutturato bene, come devono essere fatte le ristrutturazioni. Dietro il ristornate si è staccata una parte di roccia. Ma la struttura è integra. In Italia c’è il mito di farsi la casa da soli. Chiaro che ci sono le norme di sicurezza, ma se poi ti costa cinquecento euro in più a metro quadro, lasci stare. Tanto nessuno controlla”. Il proprietario è un ragazzo giovane, che sta rimettendo tutto in ordine per riaprire: “al pubblico forse tra tre mesi, per adesso vogliamo assicurare i pasti caldi alle forze dell’ordine che non hanno il tempo di mettersi in fila da nessuna parte”. Riprendiamo la strada verso casa. Sensazione di scomodo addosso la pelle, come la doccia che non ti puoi fare. All’inizio da fastidio. Poi cominci a farci l’abitudine. Sembra già tutto visto. C’è stato il terremoto, ci siamo commossi, abbiamo aiutato, ora c’è bisogno di una notizia nuova. Poi si comincerà a dimenticare. Fino alla prossima scossa.

left avvenimenti 17 aprile 2009

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