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Tracce Popolari - Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore.

tracceintroduzione al CD di Tracce Popolari

La possibilità di un’emozione, l’emozione di una possibilità

La possibilità di un’emozione, l’emozione di una possibilità. Tracciando i confini del sentire, dell’agitarsi dell’anima, tra il sorriso folle e la disperante malinconia. Narrazione dettagliata di un tempo, di una storia, di una terra, che si erge strofa dopo strofa, nota dopo nota ad universale quotidiano. Di lingua che non intendiamo, ma ci sembra di ricordare, memori di noi stessi. Canto popolare in fin dei conti, devastante modernità che ci richiama a noi. Noi, dimentichi, agitati dall’orfananza del ritrovare la partitura delle nostre dissonanze. Limite insostenibile quello della scrittura, disarmato di fronte alla struggente semplicità delle voci che diventano strumenti. Strumenti che diventano voci possenti nell’intangibile, sussurri nella notte dei ricordi.

Ma chi sono quelli che suonano?

Provare a intravedere i volti, provare a scorgerli, oltre gli affreschi sonori. Tele su cui lasciano adagiare i colori delle loro passioni. Volti quindi: pensierosi, felici, affaticati dal lavoro, immagini fisse mentre sullo sfondo scorre la terra a cui appartengono. Fermi nel traffico, annoiati e indaffarati, passeggiatori sotto la pioggia del Sud. Nella notte ossessionati dal ritmo, dal particolare che sembra dimentico nel fluire emotivo. La sofferenza, quanto la felicità, abbisogna di precisione. Non li possiamo scindere da ciò. Mani che lavorano, che si agitano, che stringono forte la speranza e la disperazione. Tutte queste mani, questi volti, strade che sono diventate incrocio. Sono loro, quelli che suonano la musica popolare. Sono loro, con una bestemmia contro la sorte sempre avversa, che lasciano gemere l’anima.

Ascoltare, diventando pelle che assorbe un continuo battere del cuore. Il buon sapore nasce dal suo essere acre. Il susseguirsi dei canti, delle musiche diventano un masticare la terra del Sud. Terra su cui da poco è caduta la pioggia, la maledizione di essere malata, inguaribile, bisognosa di consolazione. La narrazione popolare non concede sconti: masticare i giorni che scorrono, tutti, senza mai scartare nulla, perché la gente continua ad emigrare. Consolazione dell’orfananza, di confini ben deliniati. Confini che come polmoni respirano e si allargano sempre più. Cifra comune del narrare popolare che diventa etnia, il suo spargersi, propagarsi, in cerca della fortuna. Mai confini così delimitati hanno tracciato confini così immani e in continua crescita. Di fame ce ne sempre tanta, di fortuna poca. Non sono poche anche le note degli strumenti, in fin dei conti?

Cosa si ha tra le mani?

Materia organica viva, sangue caldo, fibre nervose, la mancanza di iodio. Gli strumenti fanno muro contro la retorica della contemporaneità, che non ammette la libertà dell’uomo. Cercatore, vagabondo, agitato. Questa è musica pericolosa. Libera l’uomo. La terra bagnata scivola sulla pelle, e scortica via il terrore che inchioda l’anima, per lasciare spazio solo alla paura che fa nascere il canto della notte.

Tornare all’ascolto. Ricominciare ad ascoltare. Abbandonarsi nuovamente alla sensazione di essere parte di una storia. Il vento si è alzato per portarci via. Non chiudete la finestra, il vento conosce tutti gli spiragli. I piedi disegneranno nuove geometrie, e il cuore, anche se non conoscerà mai la quadratura del cerchio, alzerà lo sguardo verso note antiche. Accorgendosi che sono risuonate solo ieri, e che il passaggio terreno è una pizzica.