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Andrea Segre: intervista

Come un uomo sulla terra di Andrea Segre è il documentario che svela cosa succede ai migranti prima di essere un’immagine in televisione, prima di essere un barcone in preda alle voglie del mare e alle voglie della politica italiana e libica. Un documentario che alza il velo sulla natura dei nostri aiuti a Gheddafi e l’impotenza dell’Unione Europa.  Un documentario che ci pone gravi domande sul nostro essere uomini civili.

Qual è la cosa più orribile che hai visto durante la realizzazione del documentario?
“Oltre ciò che ho visto concretamente, è orribile l’accettazione che via siano mondi nettamente separati. E’ normale ciò che accade, la tortura e la morte dei migranti, sia dal punto di vista nostro che quello dei migranti stessi. E’ accettato che si possa morire o essere torturati, venduti come schiavi e ricomprati. E’ ordinario. E questo è orribile per davvero”.

Se fosse proiettato in prima serata il tuo documentario, cambierebbe qualcosa?
“Se fosse proiettato stasera, qualcosa sarebbe già cambiato! Il film subisce una certa censura, non ha un reale respiro mediatico ed è facile indovinare il perché. Rai Doc ha trasmesso con coraggio il documentario, ma la RAI ha in mano un documento di cui tutti parlano in questi giorni, di cui si parla in Europa. Mostra ciò che accade per davvero ai migranti prima di giungere sulle nostre coste. Perché non mostrarlo a quante più persone possibili? E’ un documento giornalistico unico. Ma dobbiamo anche ricordarci che un anno fa oltre l’80% dei deputati era a favore di una accordo con la Libia per contrastare il fenomeno dell’immigrazione. Mi rendo conto che possa essere scomodo un documento di questo genere. Ma è altresì chiaro che la politica non ha più nulla a che fare con l’etica. Da molto tempo, ormai”.

Perché libri, documentari sostituiscono l’opera di denuncia che dovrebbe essere della politica e del giornalismo?
“La politica e il giornalismo hanno un rapporto con la notizia di consumo veloce. Si approfondisce, per così dire, la notizia che ha il maggior impatto e con la vita più breve. Non c’è il tempo per una reale analisi, che richiede tempi e studi più lunghi. Io provo ad applicare i tempi del cinema al giornalismo. Questa e la visione buona. Perché, in malafede, si può dire anche che molti centri di potere non hanno nessun interesse a diffondere o ad approfondire determinate notizie”.

Il tuo prossimo lavoro?
“Un documentario sullo sviluppo urbano di Roma. Dai quartieri anni ’50 alle periferie fantasma dei giorni nostri, attraverso gli occhi di una donna. Un viaggio nelle paure e nelle incertezze legate allo sviluppo urbano”.

 

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