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Intervista con Gordon Poole

19 maggio 2003

Napoli – Gordon Poole è nato nel Massachusetts nel 1934 ed è in Italia dal 1957. Dal 1975 insegna presso l’Istituto Universitario Orientale di Napoli. La sua militanza pacifista ed anti-imperialista risale ai primi anni Sessanta e comprende momenti americani di forte impegno organizzativo come Berkeley nel 1965-67 e Minneaopolis nel 1971-72. E’ membro attivo di organizzazioni politiche e pacifiste. Fa parte della redazione del mensile Guerre e Pace.

Nell’ultimo numero della rivista, il professor Poole ha scritto l’articolo: La Sars e gli esperimenti Usa, affrontando la questione dell’epidemia sotto un altro punto di vista, ossia che possa essere stata provocata, piuttosto che la risultante di sfortunate e imprevedibili conseguenze.

Le ipotesi del suo articolo sono di una possibile diffusione della Sars non come incidente, ma per una precisa volontà. Come mai non si prende in alcun modo in considerazione questa ipotesi e la si etichetta subito di fantapolitica?

“Mettendomi, per quanto mi è possibile, nei panni degli scienziati e dei loro portavoce, posso immaginare varie spiegazioni. Una potrebbe essere che, per ragioni scientifiche a me non note, una simile idea è semplicemente impensabile. Se fosse così, un’autorevole dichiarazione in questo senso consegnerebbe subito l’atroce sospetto alla dimensione fantascientifica (in verità le autorità orientali non hanno escluso il sospetto di terrorismo, anche se vi hanno solo accennato). Altrimenti l’ipotesi di una diffusione intenzionale del virus, magari come un esperimento, è tutt’altra che fantapolitica, considerato che il terrorismo chimico e biologico esiste. Specifico, però, a proposito di terrorismo, che, contrariamente a quanto si è indotti popolarmente a credere, è difficile che l’uso di armi chimiche e biologiche sia alla portata di gruppi terroristici clandestini. Per quel che ne so, la sperimentazione e soprattutto l’impiego di simili armi richiede le risorse di Stati piuttosto forti e ricchi. Informazioni sulle sperimentazioni e sugli attacchi condotti dagli Stati Uniti per decenni sono di pubblico dominio – un elenco lungo, anche se inevitabilmente parziale, di esperimenti fatti sulla propria cittadinanza e di esperimenti e attacchi su quella di molti altri paesi, senza mai chiedere il permesso ai milioni di abitanti delle vaste aree variamente irrorate, spruzzate, infettate. Nel mio articolo faccio particolare riferimento alla documentazione raccolta da William Blum in Con la scusa della libertà. Un’altra spiegazione della generale riluttanza, da parte di coloro che si occupano di curare la Sars e bloccarne la diffusione, di discutere la possibilità di una pista terroristica potrebbe essere il timore di suscitare un’ulteriore preoccupazione fra la gente. Un’altra ancora potrebbe essere il timore di trovarsi costretti ad affrontare ipotesi non solo mediche e epidemiologiche ma politiche, un terreno che li troverebbe incompetenti e, al limite, ricattabili. Al posto loro forse farei lo stesso, ma come articolista, mi sento più libero di fare domande, immaginare scenari, suscitare dubbi, ecc…”.

La Sars sta colpendo uno dei mercati mondiali più promettenti del prossimo futuro: la Cina. Chi o cosa può trarre giovamento da questi avvenimenti?

“Nell’articolo esprimo meraviglia per la poca attenzione data alla possibilità che il virus della Sars sia stato diffuso artatamente, riferendomi a un’eventuale diffusione clandestina per scopi sperimentali, ma un’ipotesi ancora più preoccupante sarebbe quella di un vero e proprio attacco alla Cina. All’interrogativo “cui prodest” si potrebbe rispondere che documenti strategici ufficiali degli Stati Uniti riconoscono francamente nella Cina un’emergente forza regionale da tenere a bada per impedire che sfidi il predominio degli Stati Uniti. Ed è anche vero che c’è un precedente: nel 1952, durante la Guerra di Corea, gli Stati Uniti “bombardarono” la Cina con batteri, insetti, piume infette, pezzi di bestie e pesci putrefatti, causando il diffondersi di varie malattie comprese peste, antrace, encefalite. In quel caso ci furono le prove, confermate da un Comitato Scientifico Internazionale, anche se contestate dagli Stati Uniti, ma nel caso della Sars non esistono ancora indizi, che io sappia, che portino in una simile direzione”.

Il giornalista francese Thierry Messyan è stato attaccato duramente per il suo libro che ipotizzava la non caduta di un aereo sul Pentagono. Come giudica questa impossibilità dal dopo 11 settembre, di avere uno spazio per i dubbi, senza essere indicati come antiamericani e moralmente dei terroristi?

“Gli spazi democratici sono un po’ come i sentieri pubblici praticati da gruppi come il Cai, l’Associazione per i fondi rustici, la Lipu, gli Scout: se non si frequentano, vengono privatizzati e interdetti. L’accusa di antiamericanismo e di filo-terrorismo è un ricatto a cui non bisogna sottostare. Non c’è niente di più “American” che criticare il governo statunitense. Se oggi questo dovesse costituire un rischio, è un rischio che va corso, considerata la posta in gioco. Detto questo, non ho letto il libro di Messyan. Da poco ho cominciato a leggere Guerra alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre di Nafeez Mosaddeq Ahmed. Senza quindi commentare queste tesi ed altre analoghe, posso dire che, come minimo, l’amministrazione Bush ha utilizzato il lutto per l’attacco dell’11 settembre per giustificare un preesistente progetto geopolitico di espansione del potere economico, politico, militare statunitense, in cui la prima tappa era l’Afghanistan. Di ciò la “guerra contro il terrorismo” è perlopiù una copertura ideologica, quando non anche un modo per criminalizzare ogni opposizione al progetto”.

Michael Moore (regista di Bowling  a Columbine) è diventato una voce autorevole del dissenso americano interno, citando, come fa lei, molti casi in cui l’America ha avuto un atteggiamento da Paese in cui vengono sistematicamente negate le libertà costituzionali o perpretati azioni che danneggiano i proprio cittadini. Ma tutto questo sembra non avere risonanza. Quanto influiscono i media sull’oscuramento delle coscienze?

“Non ricordo quale cinico linguista disse che le parole non servono per comunicare ma per nascondere i propri veri pensieri. Parlando dei media è spesso così, anche se si conoscono molti giornalisti che cercano di fare il loro mestiere onestamente. Uno per tutti, Lucio Manisco, voce sana della Rai da New York all’epoca della Guerra del Golfo del 1991; e ne ha subito le conseguenze. La necessità della militarizzazione dei media è teorizzata in testi autorevoli, per esempio da Alvin Toffler in Guerra e anti-guerra, per citare uno che era (e forse è ancora) autorevole consulente del Pentagono, delle forze armate Usa, ecc. Tuttavia, comincio a pensare che agisca anche un altro meccanismo: la maggior parte degli esseri umani vorrebbe poter avere un rapporto di fiducia col prossimo, col proprio governo, coi giornali, ecc. perché così si vive meglio. Anch’io vorrei poter credere a quello che dicono Bush, Berlusconi, Emilio Fede… Essere costretti ad atteggiamenti di perpetua diffidenza e sospetto è inquietante, crea ansia, e moltissimi preferiscono chiudere un occhio, sperare in bene, oppure serrarsi in una specie di scetticismo esistenziale, sordamente apolitico o anti-politico, che è l’anticamera del fascismo, quando si delega ad altri, al capo, la propria politicità, la propria responsabile appartenenza alla polis, alla società civile. Cioè non credere in niente e nessuno. Ecco una parte della non protesta, quella che un tempo si chiamava la maggioranza silenziosa. Poi c’è quel fenomeno che è stato chiamato la “spettacolarizzazione” della comunicazione. Pochi di noi riescono a sottrarsi all’influenza della pubblicità, la quale induce a comprare beni di consumo, dando poche e inaffidabili informazioni, e giocando soprattutto  sull’immagine. Gli spot pubblicitari sono spesso prodotti di squisita fattura, d’accordo, ma si può dire altrettanto dei cannoni, dei missili, delle camere a gas, ecc. Gli spot distruggono lo spirito critico, ottundono le menti, avviliscono il pensiero, fiaccano la resistenza. Sono pratiche linguistiche post-moderne che hanno oscurato la demarcazione tra finzione e realtà, sino a diffondere una patologia generalizzata, una sorta di follia, sulla quale gli imprenditori capitalizzano. Oggigiorno la politica comunica con mezzi retorici analoghi, che sfuggono ai criteri della logica, dell’onestà, della coerenza, spesso perfino della grammatica e della sintassi. Per cui Bush, col suo buffo inglese, non suscita l’ilarità delle masse, ma anzi può tranquillamente giustificare la guerra all’Iraq con una serie di motivazioni, ognuna delle quali annullerebbe logicamente la precedente, a partire da «L’Iraq non ammette gli ispettori dell’Onu» fino a «L’Iraq ha le armi di distruzione di massa», mai trovate, e poi «Liberiamo gli iracheni», che sembrano poco entusiasti. Ma c’è una parte di cittadini del mondo, trasformati in pubblico, che lo segue tranquillamente, credendogli, momento per momento. Anche il primo ministro Berlusconi fa parte di questo sistema di discorso; cade spesso in contraddizione, «e ritorna a cader senza paura» (come scrisse Boiardo di Astolfo). Eppure – ed è questa la cosa preoccupante – c’è una massa di cittadini, trasformati in pubblico, che preferisce credergli volta per volta con la stessa strana fiducia con la quale credono alle reclame e ai programmi Tv in cui gli attori sciorinano a pagamento i propri finti drammi interpersonali. E’ il problema della comunicazione che le forze democratiche dovrebbero affrontare con serietà”.

Si è conclusa la guerra contro l’Iraq, secondo lei quali sono le prospettive che si aprono sullo scenario internazionale? Ci saranno ulteriori conflitti in breve tempo?

“Se mi applico, da letterato quale sono, all’interpretazione di  testi come il Rapporto strategico nazionale del Dipartimento di difesa Usa, o “AirLand Battle”, o i pronunciamenti  del presidente Bush, o i testi dei suoi consiglieri (Rumsfeld, Wolfowitz, Perle …), e se rifletto sugli eventi degli ultimi anni e su come le basi militari, spesso gigantesche, recentemente si siano estese dal Medio Oriente fin dentro il cuore del continente euro-asiatico, ravviso il bisogno di una mobilitazione popolare mondiale contro la guerra, contro le guerre future già in progetto, e contro le politiche neo-liberiste che ne sono, il più delle volte, all’origine. Anche se un “altro mondo” non fosse possibile, lo vorrei ugualmente”.

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