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Intervista con Hamid Mir, biografo di Bin Laden: "è ancora vivo" - Sergio Nazzaro, giornalista e scrittore.

Intervista con Hamid Mir, biografo di Bin Laden: “è ancora vivo”

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Hamid Mir, conosciuto per essere il    biografo di Osama Bin Laden è uno dei più importanti giornalisti pakistani. Attualmente è direttore di Geo TV. Accusato dai Talebani di essere un agente della CIA, e dalla CIA di essere legato ai talebani, Mir è sotto sorveglianza da parte dei servizi segreti pakistani per i suoi articoli che scavano nelle contraddizioni del Pakistan. Un giornalista libero, minacciato, ma che non si arrende. Un colloquio sul presente del Pakistan, sulla guerra in Iraq e Afghanistan, le rivolte africane e naturalmente su Osama Bin Landen e Al Qaeda.

Mi parli della situazione attuale in Pakistan, soprattutto dopo il mandato di arresto di Musharraf?
“Il Pakistan è stato la nazione più pericolosa al mondo dal 2007 al 2009. David Calculen, consigliere militare statunitense aveva previsto il collasso del Pakistan in sei mesi nel marzo del 2009, ma il Pakistan è sopravvissuto. Lentamente e gradualmente una democrazia, anche se debole, ha costretto i talebani a lasciare la valle di Swat. Gli attacchi suicidi sono diminuiti nel 2010 e il merito va sia ai politici quanto alle forze armate. Entrambi si sono sacrificati. Il sacrificio più grande è stato quello di Benazir Bhutto. Qualche giorno prima del suo assassinio, nella sua casa di Islamabad, mi aveva detto che Musharraf l’aveva tradita dichiarando lo stato di emergenza. Mi ha detto “Musharraf voleva che tornassi dopo le elezioni, ma sono rientrata prima. La mia vita è in pericolo, Musharraf ha provato a uccidermi a Karachi il 17 ottobre del 2007, ma sono sopravvissuta, se io sarò attaccata e uccisa, Musharraf sarà il responsabile della mia morte”. Mi disse di non diffondere le sue confidenze ma divulgare il tutto solo dopo un suo possibile assassinio. Ho mantenuto la promessa denunciando Musharraf in un reportage sulla morte della Bhutto andato in onda nel dicembre del 2008. Sono stato l’unico giornalista pakistano che ha reso testimonianza alla commissione investigativa dell’ONU. Io credo che Musharraf sia responsabile della morte della Bhutto. Ha siglato un accordo segreto con i talebani qualche giorno prima dell’assassinio e ha rilasciato alcuni terroristi. In cambio loro hanno organizzato l’omicidio. Il tribunale ha citato in giudizio Musharraf, ma non si presenterà perché ha ancora l’appoggio degli Stati Uniti. Un giorno credo che pagherà, almeno per aver abrogato la costituzione del Pakistan nel novembre del 2007, per questo è stato dichiarato usurpatore dalla corte suprema nel luglio del 2009”.
Lo stato attuale del giornalismo in Pakistan: c’è libertà d’informazione o è solo apparenza?
“Sì, la libertà di stampa è un problema in Pakistan. In apparenza è garantita piena libertà ai media, ma la realtà sul campo è differente. La mia nazione è diventata la più pericolosa per i media nel 2010. Ben diciotto colleghi sono stati uccisi sia dai talebani sia dai servizi di sicurezza. Personalmente ho perso tre cari amici tra il 2009 e il 2010. Uno di loro, Musa Khankhel è stato ucciso a Swat mentre provava a salvarmi la vita. Abbiamo perso altri due colleghi dall’inizio del 2011. La mia vita è minacciata in questi giorni. Elementi pro Musharraf non sono felici per i miei articoli. Provano sempre a darmi una lezione. Mi minacciano con diversi metodi. Mi hanno bandito dal mio lavoro per quattro mesi nel 2007, di nuovo nel giugno del 2008 e hanno provato a coinvolgermi in un finto omicidio nel 2010, ma non ci sono prove contro di me in nessun tribunale. Hanno provato a usare una conversazione telefonica falsa, nella quale parlavo con alcuni militanti anti governativi e chiedevo che uccidessero alcuni agenti dei servizi di sicurezza già rapiti dagli stessi militanti. Difatti i militanti mi avevano già minacciato prima di queste false accuse e i servizi segreti non hanno prodotto una prova credibile contro di me. Inoltre non piaccio alla CIA, non amano i giornalisti pakistani che fanno troppe domande. I talebani pakistani mi hanno minacciato apertamente più volte. Mi hanno arrestato a Swat con il mio cameraman e il mio produttore. Siamo stati liberati solo dopo l’intervento di anziani del luogo. Sono sottopressione da ogni lato ma continuo a scrivere la verità. E’ la mia vita. Il rischio è il bello di questo lavoro e forse un giorno diventerò una vittima di questa bellezza, come tanti altri”.
Dopo le rivolte in Tunisia ed Egitto, qualcuno suppone una prossima rivolta in Pakistan, cosa può succedere?
“In questi giorni gli Stati Uniti stanno facendo pressioni sul governo pakistano per il rilascio dell’agente segreto Raymond Davis, arrestato per l’uccisione di due pakistani a Lahore il 27 gennaio. Un tribunale pakistano ha chiesto al governo di rilasciare Davis e consegnarlo agli americani che lo processeranno in patria. Gli Stati Uniti hanno sospeso, per protesta, tutti i colloqui strategici con il Pakistan per questa situazione e ciò dimostra poco rispetto per i sentimenti dei pakistani. Se Davis sarà rilasciato senza processo, allora si potrà assistere a una rivolta ben più grande che quella tunisina o egiziana. Una rivolta contro gli Stati Uniti e non contro un dittatore. E il governo americano perderà tutti i suoi alleati in Pakistan. Ho avvertito Hillary Clinton già nel novembre del 2009, durante un’intervista, che le attività delle spie americane stavano aumentando e non ne devono rispondere alla legge del Pakistan, ma un giorno ci dovrà essere risposta per queste azioni. Non mi ha mai ascoltato e per questo sono stato inserito nella black list dell’ambasciata americana di Islamabad. Ora pagano il prezzo della loro arroganza”.
Qual è il significato dietro le rivolte che si stanno succedendo in Africa e Medio Oriente?
“Io credo che il Medio Oriente e l’Africa stiano andando verso grandi cambiamenti. Tutti i dittatori pro Stati Uniti sono sotto minaccia al momento. Gli eserciti musulmani non sono più interessati a combattere per gli interessi americani. Inoltre gli Stati Uniti possono anche non vincere la guerra contro i talebani in Afghanistan.  Personalmente penso che i giorni degli Stati Uniti come super potenza siano contati. La democrazia nel Medio Oriente e in Africa non è prioritaria per gli americani, solo l’Europa supporterà il cambiamento democratico. Il Medio Oriente si avvicinerà all’Europa e si allontanerà dagli Stati Uniti”.
Che cosa pensi delle rivelazioni di Wikileaks, soprattutto per il Pakistan?
“Wikileaks ha giocato un ruolo molto importante per il Pakistan, esponendo la corruzione nell’elite governativa. Sono state una vera benedizione le rivelazioni. I dispacci diplomatici hanno mostrato come tanti politici pakistani prendessero suggerimenti da parte di ambasciatori statunitensi”.
Tempo fa ti ho intervistato in merito al rapimento di Giuliana Sgrena, i dispacci di Wikileaks hanno portato alla luce una controversia su questo caso, hai saputo qualcosa in merito di nuovo?
“Ho incontrato Giuliana Sgrena l’anno scorso in Finlandia a una conferenza internazionale di giornalismo. Non ho mai discusso questo fatto con lei. Non ho informazioni recenti su questo, ma durante la guerra libanese israeliana del 2006 un giornalista di Al Jazeera mi ha riferito a Beirut che alcuni ufficiali italiani gli avevano chiesto di non dare copertura al rapimento della Sgrena. Questo conferma come il governo italiano non era interessato al rilascio della loro connazionale per una questione di diversa visione politica”.
L’Iraq e l’Afghanistan sono guerre senza fine: dopo tanti anni cosa è veramente cambiato e quali le possibili soluzioni?
“Gli Stati Uniti sono entrati in Iraq per le armi di distruzione di massa, ma non c’erano. Hanno sbagliato. Ora stanno provando a uscire dall’Iraq. Gli Stati Uniti sono entrati in Afghanistan per uccidere o arrestare Osama Bin Laden. Sono passati dieci anni e Osama Bin Landen non è stato catturato o ucciso. Hanno fallito sia in Iraq sia in Afghanistan, posti che sono diventati molto più insicuri con la presenza americana. Anche il Pakistan è vittima delle politiche degli Stati Uniti. Gli americani devono andarsene dall’Afghanistan e dare il controllo alle Nazioni Unite e formare un gruppo speciale di nazioni, come Pakistan, Iran, Cina, Russia, Usa, UK, Francia, Germania, Italia, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia, Giappone, India e alcuni Stati dell’Asia centrale, come Uzbekistan, Tagikistan e Turkmenistan. Gli Stati Uniti dovrebbero formulare una strategia con l’aiuto di queste nazioni e far sì che l’Afghanistan diventi una “nazione neutrale”. Nessun Paese vicino, e incluso anche il Pakistan, deve interferire con l’Afghanistan. Gli Stati Uniti dovrebbero giocare un ruolo di monitoraggio piuttosto che di controllo e non minimizzare il ruolo dell’Iran, che altrimenti continuerebbe a interferire in Afghanistan”.
Osama Bin Laden è stata una notizia mondiale per molto tempo. Ultimamente sembra essere solo un nome smarrito nella memoria. Tu che lo conosci bene, credi che sia ancora vivo?
“Osama Bin Laden è vivo. La sua influenza e il raggio d’azione sono sicuramente diminuiti negli ultimi due anni, ma è ancora pericoloso. Non ho contatti con la sua gente dal 2006 perché uno dei suoi luogotenenti più stretti è stato ucciso a Kunar. Era uno dei miei contatti, ma ho incontrato anche altri leader talebani in Afghanistan e ho provato ad avere informazioni su di lui. E’ ancora in Afghanistan, ma è al sicuro perché non si muove e non ha molti contatti. Ultimamente sto cercando informazioni in merito al rilascio da parte dell’Iran del figlio Saad Bin Laden, un’operazione segreta di Al Qaeda con i servizi iraniani”.
Che cos’è oggi Al Qaeda, un fantasma, un’invenzione o una minaccia reale?
“Al Qaeda è una minaccia reale. Le sue cellule dormienti sono una reale minaccia. Dobbiamo sconfiggerli politicamente. Un cambio politico in Tunisia e in Egitto è il fallimento sia degli Stato Uniti sia di Al Qaeda. Mubarak era un alleato degli Stati Uniti in Egitto, Al Qaeda ha provato a ucciderlo più volte, ma ha fallito. Recentemente un movimento politico in Egitto ha costretto Mubarak a dimettersi ed è un’ottima cosa: la politica ha vinto e Al Qaeda ha fallito”.
Ritornando al giornalismo, in Occidente si sta provando a sviluppare il citizen Journalism, qual è la tua idea in merito?
“I citizen media o i social media non sono molto forti in Pakistan, ma stanno crescendo e la gente ha cominciato ad usare i telefoni cellulari per organizzare dimostrazioni politiche. Io sono sicuro che il Pakistan sopravvivrà, è vero abbiamo problemi ma una magistratura indipendente e un giornalismo forte sono il vero bene del Pakistan. Noi proveremo a spingere i nostri leader politici ad introdurre riforme, sradicare la corruzione, combattere il terrorismo e promuovere la cultura democratica. Una democrazia trasparente è la soluzione ai nostri problemi ed io sono molto ottimista: sconfiggeremo i problemi attraverso la politica e non attraverso le armi”.
Che cosa succederebbe in Pakistan se un Primo Ministro fosse coinvolto con giovani ragazze come sta accadendo qui in Italia?
“Se un Primo Ministro pakistano fosse coinvolto con una giovane ragazza, le donne attiviste scenderebbero in strada e perderebbe la sua carica in una settimana”.

Precdenti interviste con Hamid Mir: prima intervista, seconda intervista, terza intervista